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Una voce clonata con intelligenza artificiale e usata per fini commerciali senza autorizzazione è un illecito. Lo ha stabilito il Tribunale distrettuale di Tokyo in una pronuncia che riguarda il doppiatore Kenjiro Tsuda e che potrebbe diventare un riferimento ben oltre i confini del Giappone. Al centro del caso c’è una domanda che negli ultimi anni è diventata sempre più concreta. Fino a che punto la voce di una persona può essere replicata da un algoritmo e poi sfruttata da altri per guadagnare? I giudici giapponesi hanno dato una prima risposta, con alcuni limiti importanti.
Il caso Kenjiro Tsuda e il ragionamento dei giudici
La vicenda ruota attorno all’uso commerciale di una riproduzione sintetica della voce di Tsuda, generata con strumenti di intelligenza artificiale. Il punto delicato è che il tribunale non aveva a disposizione una legge pensata appositamente per questo tipo di situazioni. Le tecnologie di clonazione vocale corrono molto più veloci dei codici, e chi deve decidere si trova spesso a lavorare con norme scritte per un mondo diverso.
Per arrivare alla decisione i giudici hanno scelto la strada dell’analogia. Si sono cioè appoggiati alle norme in materia di pubblicità, applicandole a un contesto nuovo. È un passaggio tecnico ma non da poco. In sostanza la voce viene trattata come un elemento dell’identità di una persona capace di avere un valore economico, alla stregua di altri tratti riconoscibili. Se qualcuno la sfrutta per vendere o promuovere qualcosa senza il consenso del diretto interessato, si entra nel terreno dell’illecito.
Questa impostazione ha il merito di offrire una prima via di tutela concreta a chi vede la propria voce replicata da una macchina. Per un doppiatore, del resto, la voce non è un dettaglio. È lo strumento di lavoro, il tratto distintivo che lo rende riconoscibile e che costruisce la sua carriera nel tempo.
Il limite della notorietà e cosa cambia per chi non è famoso
C’è però un aspetto che ridimensiona la portata della sentenza. La protezione riconosciuta dal tribunale resta legata alla notorietà della persona coinvolta. Detto in parole semplici, il ragionamento funziona bene quando la voce appartiene a qualcuno di conosciuto, il cui timbro ha un richiamo commerciale proprio perché il pubblico lo associa a un volto, a un nome, a un percorso professionale.
Il problema emerge quando si pensa a tutti gli altri. Una persona comune, o un professionista della voce meno noto, potrebbe trovarsi in una posizione più debole, visto che l’impianto basato sulle regole della pubblicità poggia proprio sul valore economico legato alla fama. Ed è qui che la decisione mostra il suo carattere di primo passo più che di soluzione definitiva.
Resta comunque il fatto che un tribunale ha messo nero su bianco un principio chiaro sulla voce clonata con IA in ambito commerciale. Per il mondo del doppiaggio, che da tempo guarda con preoccupazione all’avanzata della sintesi vocale, si tratta di un segnale rilevante. E lo è anche per chi sviluppa o utilizza questi strumenti, perché la pronuncia indica che riprodurre la voce di un artista conosciuto per scopi di lucro, senza averne il permesso, può portare a conseguenze legali. La sentenza del Tribunale distrettuale di Tokyo sul caso di Kenjiro Tsuda rappresenta quindi una delle prime decisioni giudiziarie a riconoscere esplicitamente l’illiceità dello sfruttamento commerciale di una voce replicata artificialmente. Lo fa ricorrendo per analogia alle norme sulla pubblicità e ancorando la tutela alla notorietà del soggetto la cui voce è stata clonata.
Fonte: TecnoAndroid


