Capita di dimenticarlo, eppure il vecchio smartphone abbandonato in un cassetto nasconde una potenza di calcolo che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata fantascienza. È proprio da questa idea che parte un progetto curioso: un gruppo di ricercatori dell’Università della California di San Diego, lavorando insieme a Google, ha preso vecchi telefoni e li ha trasformati in un piccolo datacenter a basso costo. Una mossa che fa riflettere parecchio, soprattutto se si pensa a quanto hardware perfettamente funzionante finisca buttato via ogni anno.
Per rendere l’idea basta un confronto che fa sorridere. Il computer di bordo dell’Apollo 11, l’AGC, quello che ha accompagnato l’uomo sulla Luna, lavorava a 2 MHz con circa 4 KB di RAM. Numeri che oggi farebbero ridere anche l’elettrodomestico più scarso. Gli smartphone che teniamo in tasca, invece, reggono il passo con piattaforme da datacenter persino abbastanza recenti. Eppure tutta questa capacità di elaborazione, dopo pochi anni, smette semplicemente di servire a qualcosa.
Il vero problema sono i rifiuti elettronici
Qui sta il punto dolente. Tutta quella potenza spesso finisce in un cassetto oppure, peggio ancora, in discarica. Gli smartphone pesano in maniera tutt’altro che trascurabile sul problema globale dei rifiuti elettronici. La vita media di un telefono prima della sostituzione si è ormai stabilizzata intorno ai due o tre anni, un ritmo dettato più dalle logiche del marketing che da una reale obsolescenza tecnica. In pratica si cambia dispositivo non perché smetta di funzionare, ma perché ne esce uno nuovo.
Il risultato è un accumulo enorme di hardware ancora valido, o quasi, destinato alla spazzatura. E lo smaltimento non è una passeggiata: litio, cobalto, terre rare, plastiche varie. Tutto materiale che, una volta gettato, comporta un bel carico ambientale di cui spesso nessuno parla.
Vecchi Google Pixel per un datacenter locale
L’idea dei ricercatori è semplice quanto intelligente. Invece di lasciare morire questi dispositivi, perché non usarli per coprire le esigenze quotidiane dell’istituto? Il progetto nasce dalla collaborazione tra UCSD e Google Research, con un obiettivo preciso: dare una seconda vita a smartphone Google Pixel da poco mandati in pensione, trasformandoli in una piattaforma di calcolo general purpose con una spesa contenuta.
Detta così sembra una soluzione quasi banale, ma la sostanza è interessante. Sfruttare hardware esistente significa ridurre i costi e, allo stesso tempo, alleggerire il fardello dei rifiuti tecnologici. Un datacenter costruito non con server nuovi di zecca, ma con telefoni che altrimenti avrebbero preso polvere o finito tra gli scarti. Tra i modelli che potrebbero rientrare in dinamiche simili c’è anche Google Pixel Fold, attualmente disponibile online su Amazon intorno ai 1.343 euro. Un riferimento utile per capire quanto valore, anche economico, resti racchiuso in dispositivi che troppo spesso vengono accantonati senza pensarci due volte.