La vacuna contro l’ebola più promettente esiste già, è stata testata con successo sui primati e da circa quindici anni se ne sta ferma in un cassetto. Tutto parte da un laboratorio ad alto contenimento su un’isola davanti alle coste del Texas. Qui alcuni macachi mangiagranchi vennero infettati con il ceppo Bundibugyo, da poco scoperto. La febbre fu il primo sintomo, poi arrivarono il calo di peso, il sanguinamento rettale, le emorragie nasali. Gli scienziati, infilati in tute simili a quelle degli astronauti, prelevavano sangue per capire come il sistema immunitario delle scimmie reagisse a quel virus tanto aggressivo.
Tre di quei macachi però avevano ricevuto un vaccino appena sviluppato proprio contro quel ceppo poco studiato. Non mostrarono alcun segno della malattia, mentre due terzi dei loro compagni non vaccinati morirono. Era il 2011 e il lavoro del virologo Thomas Geisbert si poteva dire concluso. Se il vaccino aveva protetto i primati dal ceppo Bundibugyo, con ogni probabilità avrebbe protetto anche gli esseri umani. Eppure, con l’epidemia che oggi colpisce la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda, quel vaccino non è mai stato distribuito né testato sull’uomo. Manca il denaro, manca l’interesse.
Una corsa contro l’ebola iniziata vent’anni fa
Servono mesi prima di verificare sicurezza ed efficacia, mentre il virus continua a fare danni. “Abbiamo il vaccino rVSV Bundibugyo pronto”, dice Geisbert, docente di immunologia alla facoltà di medicina dell’Università del Texas a Galveston. I vaccini ricombinanti contro il virus della stomatite vescicolare, gli rVSV, usano una versione innocua del virus per fornire al corpo le istruzioni genetiche utili a combattere la malattia. Nell’epidemia attuale in Africa centrale e orientale i contagiati sono centinaia e i morti circa 200. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato proprio quello di Geisbert come il candidato più promettente.
Il lavoro era cominciato all’inizio degli anni Duemila, come progetto di difesa. Dopo gli attentati dell’11 settembre e per il timore che terroristi potessero usare l’ebola come arma biologica, qualcosa su cui l’Unione Sovietica aveva indagato durante la Guerra Fredda, l’esercito statunitense finanziò la ricerca. La prima svolta arrivò nel 2003, quando si scoprì che una sola iniezione bastava a proteggere le scimmie. Ma quando Geisbert pubblicò i risultati, l’interesse commerciale fu quasi nullo. “Non esisteva un mercato globale per un vaccino contro l’ebola. Non è un affare redditizio, nessuno voleva occuparsene”, racconta.
Il problema del ceppo Bundibugyo
Tutto cambiò con l’epidemia del 2013-2016, quando il ceppo Zaire, il più comune, contagiò 28.600 persone e ne uccise 11.300 in Africa occidentale. La corsa al vaccino portò alla creazione di Ervebo, sviluppato dalla casa farmaceutica Merck anche grazie al lavoro di Geisbert, e applicato con un sistema circolare che vaccinava i contatti dei contagiati creando una zona di protezione. Quel successo valse al virologo un posto tra i “combattenti contro l’ebola” che la rivista Time nominò persone dell’anno nel 2014.
Lo studio iniziale aveva però escluso il ceppo Bundibugyo, ritenuto meno letale e responsabile di soli tre focolai. “Pensavamo fosse quello con meno probabilità di comparire. Ci sbagliavamo”, ammette. Proprio per questo nel 2011 decise di modificare il vaccino, dando il via allo studio sui macachi.
Uno studio del 2023 ha poi mostrato che la maggior parte delle scimmie restava protetta anche dopo l’esposizione al virus, elemento decisivo per la vaccinazione ad anello. “Da quello studio non ci sono stati molti progressi, anche perché non ci aspettavamo di vedere questo ceppo”, spiega Courtney Woolsey, autrice principale dell’articolo e docente alla stessa università. “Nessuno guadagna con questi vaccini, quindi ci sono anche barriere di finanziamento.”
La Coalition for Epidemic Preparedness Innovations ha offerto fino a 3,2 milioni di dollari, circa 2,9 milioni di euro, per preparare e testare il materiale necessario alla produzione. Rachael Bonawitz, responsabile del programma sui filovirus presso CEPI, sottolinea che gli ampi dati di sicurezza degli rVSV usati contro il ceppo Zaire potrebbero accelerare gli iter di approvazione.
Resta un margine di incertezza. Gli scienziati non sono riusciti a ottenere un campione vivo del virus Bundibugyo per via della scarsità di risorse nella Repubblica Democratica del Congo e della complessità di trasportare sangue refrigerato negli Stati Uniti. Il ceppo attuale sarebbe simile al 98% a quello dei focolai precedenti, ma quel 2% sconosciuto rappresenta un rischio. “Se analizziamo le sequenze non sono tanto diverse da prevedere un problema, ma niente è infallibile”, dice Geisbert. La International AIDS Vaccine Initiative, con sede a New York, preparerà il candidato per la produzione. “Il testimone è passato ad altre mani, e ora non mi resta che sperare che funzioni, sia il mio vaccino o quello di qualcun altro”, conclude.