L’uso del fuoco risale a molto più indietro di quanto si pensasse, almeno a 1,8 milioni di anni fa. Non parliamo di noi come specie, perché ancora non c’eravamo, e nemmeno di Homo neanderthalensis, che pure sappiamo essere stato un abile fuochista. A maneggiare le fiamme così tanto tempo fa fu probabilmente Homo erectus, stando alle tracce ritrovate nella grotta di Wonderwerk, in Sudafrica, al centro di uno studio pubblicato di recente sulle pagine di Plos One.
Il motivo per cui datare con precisione questo momento è così importante sta nelle conseguenze enormi che il fuoco ha avuto sulla storia dei nostri antenati. Con le fiamme a disposizione, scrive il team di ricercatori internazionali, gli ominidi hanno allungato le ore di luce, ripulito il terreno da alberi e arbusti per esplorare meglio l’ambiente e individuare le prede, tenuto lontani i predatori e dato un sapore nuovo al cibo. Sapore e anche valore energetico, perché cuocere gli alimenti ha liberato energie prima spese nella ricerca e nella masticazione, energie poi dirottate verso lo sviluppo del cervello. E forse, aggiungono gli esperti, anche verso quei cambiamenti sociali e comportamentali che hanno segnato il nostro percorso fino a oggi.
Come si rintraccia la presenza del fuoco antico
Negli anni diversi studi hanno provato a datare l’utilizzo del fuoco. Alcuni arrivano fino a 1,5 milioni di anni fa, in Kenya, ma in quel caso è plausibile che si trattasse del semplice mantenimento di fuochi nati in natura. La domanda più affascinante è un’altra, ovvero da quando abbiamo iniziato a maneggiare le fiamme in modo consapevole, fino a farne parte della nostra cultura. Su questo punto alcune ricerche collocavano il controllo del fuoco tra gli 800 mila anni fa e il milione di anni fa, sempre con tracce provenienti dalla grotta di Wonderwerk.
Ma in che modo si studia tutto questo? Per capire se in un sito gli antenati usavano il fuoco, spiegano i ricercatori, si cercano depositi ripetuti di carbone, cenere e ossa, e si analizzano i segni e i colori lasciati su pietre e resti dei vecchi focolari. Anche ricorrendo a tecniche di laboratorio capaci di chiarire le caratteristiche strutturali e chimiche di quei materiali. Nel nuovo lavoro gli scienziati hanno ampliato questi metodi, combinando più tecniche per studiare le trasformazioni provocate dal calore sulle ossa e stabilire così se un campione fosse stato bruciato oppure no. Tra gli strumenti principali, l’analisi di luminescenza e la spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier. I campioni? Soprattutto ossa di piccoli mammiferi, recuperate dagli scavi sudafricani.
La luminescenza e i pellet dei rapaci
Diversi esperti non coinvolti nello studio hanno indicato proprio questa metodologia come uno degli aspetti più innovativi della ricerca. Juan Manuel Jiménez Arenas, dell’Università di Granada, lo ha spiegato così, riferendosi al nuovo protocollo rapido e non distruttivo basato sulla stimolazione dei resti ossei con una fonte di energia esterna. Il calore è uno dei peggiori nemici delle ossa, perché ne altera in modo netto la composizione. E queste alterazioni cambiano il modo in cui le ossa reagiscono a una luce blu particolarmente potente. Quelle bruciate brillano diversamente da quelle integre, e questo permette di distinguerle.
C’è poi un secondo punto importante. La nuova metodologia è stata applicata alle ossa di piccoli animali contenute nei pellet, cioè i resti non digeriti e rigurgitati dalle prede dei rapaci notturni presenti nella grotta. I risultati mostrano che a Wonderwerk, in uno strato risalente a 1,8 milioni di anni, molte delle ossa di questi pellet erano bruciate. Da qui l’ipotesi del gruppo di ricerca, guidato dal Museo Nazionale di Scienze Naturali di Madrid, secondo cui furono gli esseri umani a usare questi pellet naturali come combustibile dentro la grotta.
Fuoco introdotto, non appiccato
Grazie a questi materiali gli antichi ominidi avrebbero avuto la capacità di mantenere dei focolari. Mantenere, non appiccare, come precisano gli autori. La posizione dei fossili, situati ad almeno 30 metri dall’ingresso della grotta nel momento del loro accumulo, esclude che le alterazioni dovute al calore siano state provocate da un incendio naturale penetrato all’interno. Al contrario, la presenza ricorrente di materiale bruciato in strati diversi sostiene l’idea che il fuoco sia stato portato dentro dagli ominini. I ricercatori escludono anche che quelle tracce siano arrivate solo in un secondo momento. I reperti provengono da uno strato che risale fino a 1,79 milioni di anni fa, molto più antico dei primi fuochi mantenuti da ominidi noti finora. E a farlo, concludono, furono con ogni probabilità individui della specie Homo erectus.