Il connettore USB-B è forse quello che meno persone riconoscono a colpo d’occhio, eppure ha accompagnato l’elettronica per quasi trent’anni, ricoprendo un ruolo preciso che ha reso possibile buona parte delle connessioni che oggi diamo per scontate. Chi si è chiesto come mai si sia passati direttamente da USB-A a USB-C, in realtà, parte da un presupposto sbagliato: quel salto non c’è mai stato, semplicemente il tipo B è rimasto un po’ nell’ombra.
La storia comincia nel 1996, quando i connettori Type-A e Type-B vennero presentati insieme. L’obiettivo era mettere ordine nel caos generato dai tanti connettori e dalle porte proprietarie che all’epoca costringevano gli utenti a giostrarsi tra cavi diversi per ogni dispositivo. Il tipo A è quello che tutti conoscono e che ancora oggi troviamo ovunque, dai computer ai vecchi portatili fino ai caricabatterie. In pratica lo si trova sui dispositivi host, quelli che comandano la connessione.
A cosa serviva davvero il connettore squadrato
USB-B nasceva invece con uno scopo diverso: collegare le periferiche, come stampanti e hard disk esterni, a un dispositivo host. Usare due connettori distinti era una scelta furba, perché evitava che qualcuno collegasse per sbaglio due host oppure due periferiche tra loro. In più garantiva che il cavo si inserisse solo nel verso giusto. I dati potevano viaggiare in entrambe le direzioni, ma l’alimentazione di norma scorreva soltanto dal dispositivo host verso la periferica.
La forma, poi, racconta molto. USB-B ha un connettore squadrato e decisamente più ingombrante rispetto a USB-A. Su apparecchi grandi come stampanti e scanner una porta del genere non creava problemi, ma per l’elettronica portatile era troppo voluminosa. Ecco perché, più avanti, sono arrivati il mini USB e il micro-USB, pensati per stare comodamente su smartphone e lettori MP3 dell’epoca.
Perché resiste ancora oggi
Oggi ci siamo spostati quasi tutti verso USB-C, compatto e reversibile, eppure il vecchio tipo B non è affatto sparito dalla circolazione. Lo si incontra ancora su prodotti moderni, in particolare stampanti e strumentazione musicale. Il motivo principale è banale quanto solido: la compatibilità. Dopo anni passati a usare quella porta, mandare in pensione cavi e abitudini consolidate sarebbe scomodo per molti.
C’è anche un aspetto pratico che gioca a suo favore. Il connettore USB-B offre un aggancio fisico saldo, difficile da staccare per sbaglio con uno strattone. E dato che parliamo di apparecchi da ufficio o attrezzature professionali che restano collegate per mesi, a volte anni, senza mai essere spostate, cambiare tutto solo perché esiste qualcosa di più piccolo e reversibile avrebbe poco senso.
Detto questo, USB-C si è ormai imposto come lo standard di riferimento per la gran parte dell’elettronica di consumo. È più piccolo, reversibile e più capace di qualsiasi versione precedente. Le alte velocità non sono sempre garantite, va detto, ma il connettore in sé supporta banda più ampia, ricarica potente e uscita video attraverso standard come USB4 e Thunderbolt.
Con le nuove generazioni di dispositivi che adottano gradualmente USB-C, prima o poi il tipo B potrebbe uscire di scena. Fino ad allora resterà la scelta preferita per quelle periferiche che apprezzano la compatibilità e la familiarità più che funzioni recenti di cui, al momento, non hanno alcun bisogno.


