Quando si parla di intelligenza artificiale nel mondo dell’animazione, le parole di Pete Docter, direttore creativo di Pixar, arrivano con un peso particolare. Il regista di Toy Story 5, uscito il 18 giugno al cinema, ha riassunto in una frase la filosofia dello studio: “La tecnologia può essere uno strumento davvero potente per un artista”. Niente allarmismi, nessuna demonizzazione. Solo la consapevolezza di chi quella rivoluzione l’ha già vissuta, anni fa, davanti ai primi computer.
Docter ricorda i tempi in cui tutto era diverso. “Quando ho iniziato nel 1990 era sorprendente, ma allora servivano quasi una laurea in informatica solo per accendere la macchina”, racconta in un’intervista. Lui, di computer, non sapeva nulla. Eppure quei due mondi così distanti, artisti e programmatori, si erano uniti per un obiettivo comune: comunicare qualcosa e portare il pubblico da qualche parte. Con l’arrivo della IA, dice, nello studio non è cambiato niente. La affrontano come hanno sempre affrontato ogni novità. “La tecnologia si può usare nel bene o nel male, ma per un artista può essere uno strumento davvero potente”.
Toy Story 5 e il rapporto complicato con gli schermi
Il quinto capitolo della saga, diretto da Andrew Stanton e McKenna Harris, mette i giocattoli faccia a faccia con un mondo che somiglia molto al nostro. Gli schermi hanno invaso la vita di tutti. Ora Jessie è la sceriffa della stanza di Bonnie, dopo aver preso il posto di Woody, che ha deciso di cambiare vita e aiutare i giocattoli smarriti. La bambina non riesce a fare amicizia e i genitori, per aiutarla, le regalano un tablet chiamato Lilypad. Da quel momento l’oggetto diventa un’ossessione. E i giocattoli si ritrovano davanti a una crisi: che senso ha la loro esistenza ora che la tecnologia invade ogni cosa?
Per Docter il film non vuole essere un avvertimento. “Probabilmente servirà ad avviare un dibattito. A me sembra più che altro un riflesso. Quello che proviamo a fare è rappresentare ciò che vediamo nel mondo e, così facendo, finisce per generare discussioni tra il pubblico”. Accanto a lui c’è Lindsey Collins, produttrice di Toy Story 5, che aggiunge una riflessione molto concreta. “Credo che tutti abbiamo un rapporto complicato con la tecnologia. Il telefono è sempre a portata di mano, i nostri figli ci interagiscono in età sempre più precoce e ora dobbiamo affrontare quella conversazione. È qualcosa di davvero complicato e cerchiamo di impegnarci al massimo per rappresentare questa complessità”.
Woody invecchia e Buzz si innamora
C’è poi un dettaglio che ha fatto sorridere tanti spettatori storici: il tempo è passato anche per Woody, che torna con un po’ di pancia e qualche capello in meno. Da dove arriva l’idea? Docter scherza, si volta e mostra la propria zona pelata. La verità, spiega Collins, è che il lavoro del cowboy è cambiato. Ora gira per il mondo a salvare giocattoli, è nella sua fase da daddy cowboy, e ha una donna che lo ama e che pensa gli stia benissimo il poncho. Curioso il fatto che il team di animazione, in gran parte sui vent’anni, si sia divertito un mondo a caricaturizzare l’usura del personaggio. “È pericoloso lavorare in uno studio dove tutti sanno disegnare caricature così crudeli”, dice Docter ridendo. “Ti accorgi di cose di te stesso nei disegni, tipo: aspetta, il mio collo è davvero così?”.
Anche la dinamica tra Buzz e Jessie sfida i ruoli tradizionali. Buzz, ricorda Collins, è sempre stato il tipo spaccone che entra in scena con sicurezza, ma in fondo è un personaggio nevrotico e tenero, insicuro come chiunque altro. Quando il flirt tra i due si è trasformato in qualcosa di più, gli animatori hanno avuto pane per i loro denti. “Buzz è un uomo d’azione”, spiega Docter. “Si sente più capace quando c’è qualcosa da fare, ma quando deve fermarsi e parlare dei suoi sentimenti è un’altra storia”. Jessie, dal canto suo, prende il comando, mette al primo posto la bambina, ma è perfettamente consapevole che lui è perdutamente innamorato di lei.