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Lo jaguarundi è probabilmente il felino che meno persone saprebbero riconoscere in una fotografia, e questo nonostante viva su un territorio enorme che copre Centro e Sud America. Le stime più recenti parlano di circa 13.000 esemplari rimasti, un numero che ridimensiona parecchio l’idea che ci si era fatti finora di questo animale. Perché per anni è stato considerato un felino raro ma non in pericolo immediato. I conti, adesso, dicono altro.
Il nome con cui viene chiamato in spagnolo rende bene l’idea del personaggio: leoncillo, ovvero piccolo leone. Un soprannome affettuoso per un animale che non ha nulla della maestosità dei grandi predatori, ma che comunque appartiene a pieno titolo alla famiglia dei felini. E che, va detto, ha sempre avuto la fortuna o la sfortuna di passare inosservato.
Un felino invisibile anche agli occhi degli esperti
C’è un paradosso che accompagna lo jaguarundi da sempre. Vive in un’area vastissima, eppure resta una presenza sfuggente, difficile da quantificare. Quando un animale non finisce sui manifesti delle campagne di sensibilizzazione, quando non ha il carisma del giaguaro o l’eleganza dell’ocelot, tende a scivolare in fondo alla lista delle priorità. E i finanziamenti per studiarlo, di conseguenza, arrivano con il contagocce.
Il risultato è quello che si vede oggi: una specie minacciata più di quanto si immaginasse, con una popolazione complessiva che sta su cifre decisamente contenute. Tredicimila individui distribuiti su due subcontinenti significa una densità bassissima, popolazioni frammentate, gruppi che rischiano di restare isolati gli uni dagli altri. E l’isolamento, per un predatore, è quasi sempre una cattiva notizia.
Vale la pena fermarsi un attimo su quel numero. Non è una conta esatta, nessuno gira per le foreste tropicali con un taccuino a spuntare felini uno per uno. È una stima, costruita a partire dai dati disponibili, ed è proprio questa la parte interessante: quando le stime vengono aggiornate e il numero scende, di solito vuol dire che prima si stava sbagliando per eccesso. Un ottimismo involontario, dettato dalla scarsità di informazioni più che dai fatti.
Perché la notorietà conta nella conservazione
Sembra un discorso da ufficio marketing, ma nel mondo della conservazione la visibilità di una specie pesa davvero. I progetti di tutela hanno bisogno di soldi, i soldi arrivano da istituzioni e donatori, e istituzioni e donatori tendono a rispondere meglio quando l’animale in questione ha un volto riconoscibile. Il panda ne è l’esempio più citato. Lo jaguarundi sta all’estremo opposto della scala.
Questa disparità produce effetti concreti. Meno ricerca significa meno dati, meno dati significano valutazioni approssimative sullo stato di salute della popolazione, e valutazioni approssimative si traducono in politiche di protezione tarate male. Un circolo che si chiude su se stesso e che, nel caso di questo felino, è andato avanti per decenni senza che nessuno se ne accorgesse troppo.
Il fatto che oggi si parli di 13.000 esemplari cambia però il quadro. Un numero preciso, anche se stimato, ha un peso diverso rispetto a una generica sensazione di rarità. Serve per fare pressione, per giustificare interventi, per inserire la specie nelle categorie di rischio con argomenti solidi. E per il jaguarundi, animale che ha attraversato la storia recente della zoologia restando in secondo piano, potrebbe essere il momento in cui finalmente qualcuno inizia a guardarlo con l’attenzione che merita.










