La breve sparizione di Telegram dall’App Store nei giorni scorsi ha una spiegazione che il fondatore dell’app ha voluto raccontare di persona. Pavel Durov è intervenuto sui social per ricostruire cosa è successo, puntando il dito contro quello che ha definito senza mezzi termini un ricattatore specializzato in rimozioni. Il messaggio, affidato a un lungo post su X, prova a smontare l’idea che il servizio sia stato tolto per una sua colpa diretta.
Secondo il racconto di Durov, dietro il caso ci sarebbe un attacco costruito ad arte. Un soggetto malintenzionato avrebbe modificato un vecchio messaggio all’interno di una chat di gruppo ancora attiva, inserendo quello che l’imprenditore ha descritto come contenuto illegale alterato tramite intelligenza artificiale. La particolarità è che quel contenuto non sarebbe stato visibile agli altri membri del gruppo, quindi nessuno avrebbe potuto notarlo o segnalarlo. Un modo, insomma, per creare la trappola senza che nessuno se ne accorgesse.
Il presunto tentativo di estorsione e il ruolo di Apple
Da qui, sostiene Durov, sarebbe partito il vero e proprio tentativo di estorsione. L’idea sarebbe stata semplice quanto insidiosa. Il malintenzionato avrebbe usato una schiera di account automatici per segnalare a Apple il suo stesso messaggio, così da innescare una reazione dell’azienda, salvo poi chiedere denaro per fermare tutto. Una sorta di pizzo digitale, con la piattaforma presa in mezzo suo malgrado. Il punto che più preme al fondatore riguarda la reazione della casa di Cupertino. Nelle sue parole, gli estorsori avrebbero trovato il modo di manipolare Apple spingendola a una reazione eccessiva. La società, spiega Durov, ha rimosso Telegram dall’App Store prima ancora di contattare chi gestisce l’app. Ed è proprio questo il nodo che lui considera più pericoloso. A suo dire, si crea così un potenziale rischio sistemico per qualsiasi applicazione mobile che ospita contenuti generati dagli utenti.
Un problema che i social network conoscono da tempo
La questione della responsabilità sui contenuti generati dagli utenti non è certo una novità. Da anni i social network si interrogano su quanto siano responsabili delle attività potenzialmente illegali di chi li usa. E non è nemmeno la prima volta che Telegram e Durov finiscono al centro esatto di queste domande, un tema che li accompagna ormai da tempo.
Quello che cambia oggi è il contesto tecnologico. Tra strumenti di editing di video e immagini integrati nei chatbot e la rapidità con cui gli agenti automatici riescono a portare a termine i loro compiti, la diffusione dell’intelligenza artificiale ha reso potenzialmente più facile mettere in piedi un attacco di questo tipo. Un ricattatore, oggi, ha a disposizione mezzi che fino a poco tempo fa erano molto più complicati da usare, e questo rende scenari come quello descritto da Durov meno remoti di quanto si potrebbe pensare.











