Il primo manos libres per auto della storia non aveva nulla a che fare con il Bluetooth o con gli schermi che oggi riempiono le plance di mezzo mondo. Nacque in Italia, nel 1949, in piena ricostruzione del dopoguerra, e per quanto l’idea fosse geniale di “libero” aveva ben poco. Era un sistema bizzarro, rudimentale, eppure incredibilmente avanti rispetto ai tempi che correvano. L’idea ruotava attorno a delle stazioni telefoniche piazzate sul marciapiede, che permettevano agli automobilisti di telefonare senza scendere dall’auto. Almeno in teoria, e a seconda del modello di vettura che si guidava. Una soluzione che oggi ci strappa un sorriso ma che, per l’epoca, sembrava roba da film di fantascienza.
Un sistema rudimentale ma con decenni di anticipo
Nell’Italia di fine anni Quaranta, travolta dalla voglia di modernizzarsi, prese forma questo curioso sistema telefonico pensato apposta per chi stava al volante. Alcune immagini d’epoca, riemerse di recente sui social, mostrano una scena tanto strana quanto affascinante: a Napoli un’auto si ferma a bordo strada, scende una donna, collega una cornetta con il filo a un punto di accesso telefonico, torna in macchina e fa la sua telefonata comodamente seduta.
Era il 1949 e questo telefono per auto non aveva nulla di wireless né di universale. Serviva un’installazione specifica e funzionava soltanto in certe zone urbane. Eppure rappresentava uno dei primi tentativi pubblici di rendere possibile la comunicazione in movimento, anticipando di decenni quelle che sarebbero diventate le prime soluzioni di connettività vivavoce, dai kit Bluetooth fino agli assistenti vocali.
L’idea di parlare dall’auto, però, non era nata in Italia. Già nel 1920 un visionario di nome W.W. Macfarlane, in Pennsylvania, riuscì a fare una chiamata senza fili dalla sua auto alla moglie, usando un sistema radio piuttosto grezzo che qualcuno all’epoca definiva “telefono senza fili”. Nel 1921, a Detroit, fu installato il primo radiotelefono su un veicolo, e nel 1946 AT&T lanciò il primo servizio telefonico ufficiale per auto negli Stati Uniti, caro e con le linee perennemente intasate. In Italia il telefono per auto sarebbe arrivato ufficialmente nel 1973 grazie a SIP, ma con una tecnologia ben più evoluta.
Dal cavo al telefono all’auto sempre connessa
Da quei primi esperimenti la corsa non si è più fermata. L’uso del cellulare alla guida si è diffuso a inizio anni Duemila, al punto che è servita una legge per vietarne espressamente l’uso manuale mentre si guidava. È stato allora che hanno cominciato a fiorire i primi sistemi vivavoce, con marchi come Parrot a fare da apripista, poi integrati direttamente dalle case automobilistiche nei loro modelli.
Con l’arrivo del GPS, degli smartphone e di piattaforme come MirrorLink, Android Auto o Apple CarPlay, l’auto ha smesso di essere un semplice mezzo di trasporto per diventare un’estensione del mondo digitale di chi guida. Oggi la lettura dei messaggi a voce alta, la navigazione connessa o il controllo vocale fanno ormai parte della quotidianità di chiunque si metta al volante.
Un’idea arrivata troppo presto
Tornando a quell’esperimento italiano del 1949, è evidente che la tecnologia non fosse ancora pronta per il salto definitivo. E forse non lo era nemmeno la società, visto il contesto storico. Con un’impostazione a metà tra l’ingegnoso e il premonitore, era una specie di ibrido tra la cabina telefonica e la connettività di bordo. Oppure una via di mezzo tra la telefonia fissa e quella mobile, che ancora doveva essere inventata. Un sistema che consentiva di chiamare dall’auto senza scendere, sfruttando una rete fisica urbana, anticipava non solo la filosofia dei moderni sistemi di connettività e vivavoce, ma anche l’abitudine di restare sempre connessi, persino al volante. Settantasei anni dopo, l’essenza di quell’idea rivoluzionaria e per certi versi distopica è ancora viva.