La crisi energetica che tutti temevano dopo lo scoppio della Terza Guerra del Golfo sta prendendo una piega che nessuno si aspettava. Lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, è diventato impraticabile. La logistica globale è nel panico. Compagnie aeree come Lufthansa hanno cancellato fino a 20.000 voli per questa estate a causa della scarsità e del costo folle del carburante per aviazione. Eppure, in mezzo a tutto questo caos petrolifero, sta succedendo qualcosa di profondamente controintuitivo: i mercati elettrici europei sono rimasti sostanzialmente calmi. Questa è la grande anomalia del 2026.
Per capire quanto sia sorprendente la situazione, bisogna partire da un dato strutturale. Il sistema marginalista del mercato elettrico europeo funziona in modo che la tecnologia più costosa necessaria a coprire la domanda, storicamente il gas, finisce per determinare il prezzo finale di tutta l’elettricità. Quindi, se i missili in Qatar fanno schizzare il prezzo del gas globale, le bollette a Madrid, Parigi o Berlino dovrebbero essere alle stelle. Ma questa volta il meccanismo di contagio si è spezzato. L’esperto energetico Javier Blas, nella sua recente analisi per Bloomberg, lo dice senza giri di parole: molti continuano a guardare il mercato “attraverso un filtro centrato solo sul petrolio che appartiene a un’era passata”, quando oggi l’elettricità è il vero polso dell’economia.
Stretto di Hormuz e lo scudo invisibile fatto di nucleare, pioggia e pannelli solari
La resistenza europea poggia su una combinazione di fattori che, messi insieme, hanno creato una specie di scudo protettivo. Il primo pilastro è il ritorno in grande stile dell’energia nucleare francese. Nel 2022 la Francia aveva decine di reattori fermi per problemi strutturali, operando ai minimi da trent’anni con meno di 21 gigawatt. Oggi sta iniettando nella rete tra 45 e 55 GW, fornendo energia di base fondamentale non solo per sé stessa ma anche per i vicini, Germania compresa. La Francia ha addirittura battuto il proprio record storico di esportazioni con 92,3 TWh. Anche se va detto che questo risultato dipende in parte da un consumo interno stagnante e da ritardi nell’elettrificazione del Paese.
Il secondo fattore è la fine della siccità. Le forti piogge nel sud Europa e le precipitazioni nella norma nel resto del continente hanno riportato in vita l’energia idroelettrica, che resta la quarta fonte di energia dell’Unione Europea. E poi c’è il vero protagonista di questa storia: l’energia solare, che sta frantumando ogni record. In Germania i prezzi a breve termine vanno in negativo nei fine settimana, mentre in Spagna scendono fino a 18 centesimi. Il dispiegamento record di 30 GW tra solare ed eolico dal 2022, combinato con lo scudo fiscale del governo spagnolo, ha portato il mercato all’ingrosso a circa 41,5 euro al MWh, con la tariffa regolata in calo di quasi il 5% su base annua. La flotta solare europea, nelle prime settimane della guerra in Iran, ha fatto risparmiare oltre 110 milioni di euro al giorno in costi di gas importato.
La tessera finale del puzzle arriva dalle batterie. Secondo un rapporto dell’agenzia IRENA, il loro costo è crollato del 93% dal 2010. Oggi la combinazione di parchi solari, eolici e sistemi di accumulo riesce a offrire elettricità ininterrotta a prezzi competitivi con il carbone cinese o le nuove centrali a gas.
Le crepe dello scudo e la lezione che questa guerra sta impartendo
Sarebbe un errore però pensare che tutto sia risolto. L’armatura europea ha fessure evidenti. Ogni sera, quando il sole tramonta, lo scudo verde si indebolisce drasticamente. Senza un dispiegamento massiccio di batterie a livello nazionale, i cicli combinati a gas devono accendersi per reggere la rete, e la tensione sui prezzi torna subito. A marzo si sono registrati picchi notturni fino a 247 euro al MWh. Il cuscinetto idroelettrico, poi, rischia di evaporare con il caldo dell’estate imminente.
La Francia, dal canto suo, agisce come un muro protettivo per la propria industria nucleare, bloccando deliberatamente le interconnessioni con la Penisola Iberica per impedire che l’energia solare spagnola, ipercheap, inondi il mercato europeo. A livello continentale, il 40% delle linee di trasmissione ha più di quarant’anni. Erano state progettate per grandi impianti fossili, non per integrare milioni di tetti solari. Senza una modernizzazione urgente, la rete potrebbe diventare il vero tallone d’Achille.
Questa Terza Guerra del Golfo sta rendendo evidente una cosa: la transizione energetica non è più solo una questione ambientale, è una questione di sopravvivenza geopolitica. Le rinnovabili si stanno ridefinendo come vere e proprie armi di sicurezza energetica. Il commissario europeo per il clima, Wopke Hoekstra, ha dichiarato che l’Europa deve essere “più radicale”, accelerando l’elettrificazione con pompe di calore e puntando sulla geotermia profonda, capace di sostituire fino al 42% della generazione fossile attuale funzionando ventiquattr’ore su ventiquattro. L’inflazione e i rialzi dei tassi d’interesse derivati da questa stessa guerra, però, minacciano di rendere più costoso il finanziamento delle future infrastrutture pulite. Finché non sarà possibile accumulare in modo massiccio nelle batterie il vento e il sole che avanzano a mezzogiorno, la vera e definitiva indipendenza energetica dell’Europa resterà un obiettivo ancora da raggiungere.