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Per anni la reputazione di Steve Jobs in materia di beneficenza è stata quella di un uomo che teneva stretti i propri soldi, e invece dietro il silenzio c’era una lunga scia di donazioni milionarie che il fondatore di Apple non ha mai voluto raccontare. Nessun annuncio, nessun comunicato, nessuna targa con il proprio nome. Mentre figure come Bill Gates e Warren Buffett trasformavano la filantropia in un impegno pubblico e dichiarato, lui sceglieva la strada opposta: dare senza dirlo a nessuno.
Il paradosso è che questo riserbo gli si è ritorto contro. Nel 2011 il New York Times pubblicò un pezzo intitolato “Il mistero delle donazioni pubbliche di Steve Jobs”, dove si metteva in dubbio la sua assenza dal mondo della filantropia e lo si accusava, più o meno esplicitamente, di non aver mai versato un centesimo del suo patrimonio. Nessuno, all’epoca, sapeva che da anni stava già facendo esattamente il contrario.
Steve Jobs: 50 milioni agli ospedali, senza dirlo a nessuno
La cifra più consistente riguarda gli ospedali di Stanford: oltre 50 milioni di dollari, circa 45 milioni di euro, destinati sia all’edificio principale sia all’ospedale pediatrico. A rivelarlo fu Tim Cook, il suo successore alla guida di Apple, che sottolineò come Jobs non avesse mai voluto rendere pubblica quella scelta.
Anche Bono, frontman degli U2 e partner di Apple nell’iniziativa (Product)RED, prese le sue difese con parole nette. Apple, spiegò, è il maggior contributore del Fondo Globale per la lotta contro l’AIDS, con decine di milioni di dollari destinati a test, cure e assistenza. Ma a Jobs non serviva che il mondo lo sapesse. Contava l’effetto concreto, non la visibilità.
L’elenco delle attività è più lungo di quanto si immagini. Oltre agli ospedali di Stanford e al programma Product (RED), che combatte AIDS, tubercolosi e malaria, c’è una fondazione avviata nel 1986 per finanziare programmi legati alla nutrizione e al vegetarianismo, chiusa dopo appena quindici mesi per mancanza di tempo. E c’è il contributo alla nascita del registro statale dei donatori viventi di organi in California, un progetto che Jobs aiutò a spingere avanti.
Emerson Collective e la scelta dell’anonimato
Insieme alla moglie Laurene Powell Jobs, la volontà era chiara: donare senza rinunciare alla privacy. La loro organizzazione, Emerson Collective, non è una fondazione senza scopo di lucro ma una LLC, una società a responsabilità limitata. Una struttura che garantisce flessibilità e riservatezza, tenendo fuori dalla porta il giudizio pubblico che accompagna quasi sempre le grandi donazioni. Educazione, riforma dell’immigrazione, tutela ambientale e giustizia sociale sono state alcune delle cause sostenute con questo modello.
Laurene Powell Jobs lo ha spiegato in un’intervista con parole semplici: interessa amplificare il lavoro degli altri, non associare il proprio nome a quel lavoro. Meglio lasciar parlare le azioni.
Lo stesso riserbo è arrivato fino alla biografia autorizzata scritta da Walter Isaacson. Jobs decise di non parlare della sua attività benefica nemmeno lì, dentro il libro che avrebbe raccontato tutto il resto della sua vita. Molti lessero quel silenzio come indifferenza, quando invece era una scelta precisa: non attribuire valore al riconoscimento personale.
Il rifiuto del Giving Pledge
Coerente con questa linea fu anche il no al Giving Pledge, la campagna lanciata da Bill Gates e Warren Buffett per convincere i miliardari a destinare gran parte della propria ricchezza in beneficenza. Non si trattava di egoismo, ma di una strategia diversa, fondata su donazioni pensate per essere più efficaci senza bisogno di un impegno sbandierato. Il senso del suo approccio si riassumeva in poche parole: non serve che il mondo sappia cosa si fa, serve farlo bene.
In una Silicon Valley dove spesso si gareggia per il protagonismo, Jobs ha costruito un modello di filantropia che mette l’impatto davanti alla visibilità, tenendo fuori dai riflettori cifre che parlavano da sole.










