La solitudine potrebbe avere radici molto più profonde di quanto si pensi, tanto da somigliare a un bisogno fisico come la fame o la sete. È questa l’idea che sta facendo lavorare diversi gruppi di neuroscienziati in giro per il mondo, convinti che dietro quella sensazione di vuoto ci sia qualcosa di scritto direttamente nelle cellule del cervello. Non più, quindi, una semplice questione di umore o di carattere, ma un meccanismo biologico vero e proprio, regolato dall’organismo con la stessa logica con cui gestisce l’appetito.
Il punto di partenza è una constatazione che molti conoscono bene anche senza averla mai messa in parole. Quando le relazioni mancano, il corpo reagisce. Lo fa in modo concreto, con effetti che vanno ben oltre il malessere passeggero. Ed è proprio qui che entra in gioco il concetto di substrato cellulare, ovvero quell’insieme di strutture e segnali nervosi che gli studiosi stanno cercando di individuare per capire dove e come nasce davvero il senso di isolamento.
Il cervello che funziona come un termostato sociale
L’immagine più efficace usata dai ricercatori è quella del termostato. Il cervello sembra regolare il bisogno di stare con gli altri allo stesso modo in cui un impianto domestico tiene sotto controllo la temperatura. Quando il livello di contatto sociale scende troppo, scatta una sorta di allarme interno che spinge a cercare compagnia, esattamente come lo stomaco vuoto spinge a mangiare. È un sistema di equilibrio, e quando questo equilibrio salta cominciano i problemi.
Diversi studi hanno infatti collegato la mancanza prolungata di relazioni a una serie di conseguenze sulla salute, che non riguardano solo la sfera psicologica. Il corpo ne risente, le difese si abbassano, lo stress si fa più insistente. È come se l’organismo interpretasse l’isolamento come un segnale di pericolo, una condizione da correggere il prima possibile per tornare alla normalità.
Capire il substrato cellulare della solitudine significa quindi provare a mettere il dito su qualcosa che fino a poco tempo fa veniva considerato troppo sfuggente per essere misurato. I neuroscienziati che se ne occupano stanno cercando di tradurre un’emozione in dati concreti, in circuiti, in molecole. Un lavoro complicato, perché si tratta di dare una forma fisica a qualcosa che da sempre viene raccontato solo con le parole.
L’idea di fondo, però, ha una sua logica chiara. Se la fame e la sete servono a tenere in vita il corpo spingendolo a nutrirsi e a bere, allora anche il bisogno di compagnia potrebbe avere una funzione altrettanto essenziale per la specie umana. Gli esseri umani, del resto, sono animali sociali, e l’evoluzione potrebbe aver costruito un meccanismo apposito per evitare che restassero troppo a lungo da soli.