Dietro ogni iPhone c’è una scritta che racconta più di quanto sembri: “Designed by Apple in California, Assembled in China.” Tradotto, vuol dire che lo smartphone made in USA resta ancora oggi poco più di una bella idea. La più grande azienda tech americana disegna il telefono più venduto del pianeta, ma poi lo fa montare dall’altra parte del mondo. Google si comporta allo stesso modo. Motorola pure. E pensare che persino il telefono T1 legato alla fondazione Trump, presentato come prodotto “progettato e costruito con valori americani”, alla fine si è scoperto essere un HTC U24 Pro cinese ribrandizzato con una custodia dorata. Nemmeno il dispositivo che doveva incarnare l’orgoglio nazionale era davvero fabbricato in America.
Perché la Cina resta imbattibile
La Cina è diventata l’officina del mondo dopo decenni di investimenti. Ha messo in piedi un ecosistema fatto di fabbriche, fornitori di componenti e colossi dell’assemblaggio come Foxconn, Pegatron e Luxshare, una rete che al momento non ha rivali. Per replicare tutto questo negli Stati Uniti servirebbero anni e decine di miliardi di dollari. Stabilimenti, macchinari, catene di fornitura, logistica: andrebbe costruito tutto da capo.
E qui scatta il calcolo più freddo. Nessuna azienda americana ha voglia di spendere quelle cifre quando basta inviare un ordine a Foxconn per ricevere milioni di telefoni assemblati a una frazione del costo. Poi c’è il nodo della manodopera, forse il più complicato. La Cina dispone di una forza lavoro enorme, specializzata, con un’esperienza nell’assemblaggio di precisione accumulata in decenni. Anche tirando su le fabbriche, trovare operai negli USA sarebbe un problema serio: dopo anni di disinteresse verso la formazione manifatturiera, il personale qualificato semplicemente non c’è.
I numeri che fanno saltare il banco
Bastano due cifre per capire la distanza. Lo stipendio mediano settimanale di un lavoratore a tempo pieno negli USA nel primo trimestre del 2026 si aggira sui EUR 1.083, circa 1.140 euro. Lo stipendio medio annuale nel settore privato cinese nel 2025 era di EUR 8.737, intorno ai 9.200 euro. In pratica una settimana di paga americana equivale a mesi di lavoro in altre parti del mondo.
Bank of America ha provato a mettere nero su bianco l’impatto sui costi. Assemblare un iPhone negli USA, con i componenti ancora importati dalla Cina, farebbe salire il prezzo del 25%. Il modello base passerebbe da circa 740 a quasi 920 euro. E se anche i componenti venissero prodotti in America, il rincaro supererebbe il 90%, portando un iPhone vicino ai 1.380 euro.
Resta il capitolo dazi. Trump ha minacciato tariffe del 25% sugli smartphone importati per spingere Apple a produrre in patria. L’analista Ming-Chi Kuo ha però fatto due conti: in termini di redditività conviene molto di più assorbire il dazio sugli iPhone venduti negli USA che riportare a casa le linee di montaggio. Pagare la tariffa costa meno che costruire stabilimenti da zero.
Così l’iPhone “Made in USA” rimane, almeno per ora, un traguardo fuori portata. Mettere in piedi una filiera produttiva richiederebbe tempo, capitali enormi e operai che oggi non esistono. E i dazi, nel frattempo, non riportano un solo telefono in America: rendono semplicemente gli smartphone più cari, anche per chi compra in Europa.