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Smartphone e depressione: fino a 1 caso su 5 legato agli schermi

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Fino a un caso su cinque di depressione nei giovani potrebbe essere associato all’uso eccessivo degli schermi, smartphone in testa. Il dato arriva da una metanalisi pubblicata su The Lancet, parte di una serie di articoli che mettono in relazione il tempo trascorso davanti ai dispositivi con disturbi come ansia, depressione e obesità. Secondo gli autori, l’uso degli strumenti digitali potrebbe pesare sulla salute fisica e mentale quanto il reddito, il luogo di residenza o il livello di istruzione, soprattutto tra i più giovani.

Lo studio parte da una premessa precisa: bambini e adolescenti crescono in un “mondo ibrido”, dove i media digitali sono ormai parte dell’infrastruttura della vita quotidiana e sono diventati un fattore strutturale per la loro salute. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno passato in rassegna 121 ricerche precedenti, che comprendono 2.790 studi primari e i dati di circa 9 milioni di persone tra 0 e 24 anni. Il contesto spiega bene la preoccupazione. Nei Paesi dell’OCSE circa il 93% dei bambini è già connesso a internet a partire dai 10 anni, mentre la diffusione dell’intelligenza artificiale sta introducendo modi del tutto nuovi di interagire con l’ambiente digitale.

Smartphone e depressione: più effetti negativi che benefici

La revisione non demonizza la tecnologia. Riconosce infatti che un uso moderato e guidato può favorire il benessere, l’apprendimento, lo sviluppo del linguaggio e la socializzazione. Il quadro complessivo però pende nettamente da una parte. Il 71% dei risultati relativi all’infanzia e l’80% di quelli sull’adolescenza sono stati classificati come effetti avversi, contro appena il 10% e l’8% di associazioni positive. Le conseguenze si vedono in diversi ambiti dello sviluppo, dal comportamento al sonno, dalla salute mentale alle capacità cognitive fino alle relazioni sociali.

Al centro dell’analisi c’è il cosiddetto uso problematico, che comprende sia un’esposizione costante e poco controllata agli schermi sia abitudini dannose, come la difficoltà a staccarsi dal dispositivo o le interferenze con altre attività quotidiane. Gli adolescenti con questo tipo di comportamento mostrano un rapporto di probabilità di 3,26 per emozioni negative o problemi di condotta e di 2,20 per pensieri di autolesionismo o suicidio. La ricerca stima inoltre che circa il 20% dei casi di depressione e il 15% dell’obesità tra i giovani possano essere collegati a più di due ore al giorno di schermo per svago. In termini concreti si parla di circa 2,8 milioni di anni di vita aggiustati per disabilità legati alla depressione e 0,24 milioni legati all’obesità.

Nessun nesso causale certo, ma serve agire subito

Gli stessi specialisti precisano che i dati indicano un’associazione e non un rapporto di causa ed effetto. Lo studio ha poi alcuni limiti dichiarati. Non esiste una definizione condivisa di uso problematico, quindi i criteri cambiano da una ricerca all’altra. La maggior parte delle prove arriva da studi trasversali, che fotografano un singolo momento senza seguire le persone nel tempo, e si basa su dati autodichiarati raccolti soprattutto nei Paesi sviluppati. Meno del 5% degli studi riguarda nazioni a reddito medio e basso. Un gruppo consultivo di sei giovani adulti tra i 23 e i 30 anni ha inoltre segnalato che il lavoro non approfondisce abbastanza il ruolo degli algoritmi, il peso attuale dell’IA, l’autonomia dei ragazzi nelle scelte digitali, gli usi positivi della tecnologia e la distribuzione diseguale dei rischi.

Nonostante questo, il messaggio principale è chiaro. I rischi non dipendono solo dalle scelte individuali ma da una combinazione di incentivi commerciali, governance debole e design persuasivo. Per gli autori il fenomeno va trattato come una questione di salute pubblica, con misure preventive da adottare subito anche senza certezze causali assolute. Serve spostare parte della responsabilità dagli utenti alle aziende tecnologiche, ai governi e alle istituzioni che progettano e regolano questo ecosistema. Ilona Kickbusch, direttrice del Laboratorio di Trasformazioni Digitali per la Salute di Ginevra e coordinatrice dell’iniziativa, ha dichiarato che “i governi hanno permesso alle aziende tecnologiche di stabilire le proprie regole, dando vita a modelli di business pensati per catturare l’attenzione e raccogliere dati, relegando la salute in secondo piano”.

Le campagne di alfabetizzazione digitale, secondo gli esperti, sono utili ma non bastano davanti al design che crea dipendenza documentato in molti social network e servizi online. Tra le proposte concrete figurano un accesso più ampio dei ricercatori ai dati delle piattaforme, strumenti più precisi per misurare cosa fanno davvero i giovani con i loro dispositivi e un ripensamento complessivo del funzionamento dell’ambiente digitale.

Fonte: TecnoAndroid

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