Che il proprio televisore possa fare cose alle spalle di chi lo guarda non è esattamente una novità, ma il fatto che le smart TV possano essere usate per navigare sul web a insaputa degli utenti, alimentando sistemi di intelligenza artificiale, porta la questione su un piano decisamente più inquietante. E i casi recenti dimostrano che non si tratta di teorie complottiste, ma di meccanismi ben documentati che coinvolgono aziende reali e tecnologie già integrate nei dispositivi che si hanno in salotto.
Il punto di partenza è una sigla che pochi conoscono ma che lavora silenziosamente dentro quasi tutti i televisori moderni: ACR, ovvero Automated Content Recognition. Si tratta dell’insieme di tecnologie che i produttori usano per riconoscere cosa viene riprodotto sullo schermo. Di per sé, il funzionamento è legittimo: serve ad esempio per ottimizzare le impostazioni dell’immagine quando si passa da un film a un evento sportivo, oppure per livellare il volume nel passaggio tra contenuti e pubblicità. Il problema nasce quando queste stesse tecnologie vengono piegate ad altri scopi, come la profilazione degli utenti o l’ottimizzazione della distribuzione pubblicitaria. In passato, diversi produttori sono finiti sotto accusa proprio per aver letto in modo costante ciò che veniva riprodotto a schermo, creando profili dettagliati degli spettatori e, in certi casi, mettendo quei dati a disposizione di terzi. Negli ultimi mesi anche il fronte normativo si è mosso a protezione dei consumatori, ma la situazione resta tutt’altro che risolta. Spesso sono gli stessi utenti ad aprire la porta accettando con troppa leggerezza termini di utilizzo vaghi e permissivi, magari in cambio di qualche piccola funzionalità aggiuntiva.
Da IPIDEA a Bright Data: le smart TV trasformate in strumenti invisibili
Un caso concreto e piuttosto clamoroso ha riguardato IPIDEA, un’infrastruttura con sede in Cina che è stata smantellata grazie a un’azione congiunta di Google, Amazon e Roku. IPIDEA era riuscita a creare una vera e propria botnet di televisori, sfruttando SDK nascosti all’interno di applicazioni apparentemente innocue. Tradotto: app che sembravano normalissime contenevano componenti software capaci di prendere il controllo parziale del televisore, trasformandolo in un nodo di una rete usata per scopi tutt’altro che trasparenti.
Ora però l’attenzione si è spostata su un altro nome: Bright Data. E qui il discorso si fa ancora più delicato, perché entra in gioco direttamente il legame tra le immagini visualizzate sulle smart TV e l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale. L’ipotesi concreta è che i contenuti riprodotti sui televisori possano essere sfruttati per alimentare il cosiddetto web crawling al servizio dell’AI, il tutto senza che chi sta guardando la propria serie preferita ne abbia la minima idea.