Skyfall è il nome con cui la NATO indica un missile russo che da anni alimenta discussioni e preoccupazioni tra gli esperti di armamenti strategici, e il motivo sta tutto nel suo sistema di propulsione. Conosciuto ufficialmente come Burevestnik, questo vettore è tornato sotto i riflettori grazie a uno studio del Massachusetts Institute of Technology che ha messo in luce un dettaglio tutt’altro che trascurabile, ovvero la possibilità che il missile rilasci materiale radioattivo nell’atmosfera mentre è in volo.
Un’arma pensata per non avere limiti di autonomia
A presentarlo al mondo era stato il presidente russo Vladimir Putin nel 2018, descrivendolo come qualcosa capace di superare i confini classici dei missili da crociera. La domanda che molti si pongono è semplice, come fa un missile a volare praticamente senza limiti? La risposta sta nel cuore stesso del Burevestnik. I sistemi tradizionali dipendono dalla quantità di carburante che riescono a portarsi dietro, e quindi prima o poi devono fermarsi. Questo missile invece sfrutterebbe un piccolo reattore nucleare a bordo, che gli garantirebbe una portata teoricamente quasi infinita.
È proprio questa caratteristica a renderlo un’arma diversa da tutte le altre. Un missile che, in linea di principio, potrebbe restare in volo per giorni interi, cambiando rotta, aggirando le difese, comparendo da direzioni inattese. Un incubo per chi si occupa di sistemi di intercettazione, perché le regole con cui si calcolano traiettorie e raggi d’azione qui saltano completamente.
Cosa dice lo studio del MIT su Skyfall
I ricercatori del MIT hanno dovuto lavorare un po’ al buio, dato che i dettagli ufficiali sul progetto semplicemente non esistono. Mosca non ha mai diffuso le specifiche tecniche, e questo costringe gli analisti a ragionare per ipotesi. Secondo la loro analisi, Skyfall impiegherebbe una propulsione nucleare a ciclo diretto. Tradotto in parole semplici, l’aria che entra nel motore viene riscaldata facendola passare direttamente attraverso il reattore, e questo genera la spinta necessaria. Il problema è che, in questo modo, l’aria espulsa porta con sé particelle radioattive.
Il concetto non è nuovo, anzi. Richiama da vicino il famoso Project Pluto, un programma che gli Stati Uniti avevano sviluppato durante la Guerra Fredda e poi messo da parte. Anche gli americani all’epoca si erano scontrati con lo stesso ostacolo, un missile del genere lascia dietro di sé una scia contaminata lungo tutto il percorso. Non solo nel punto d’impatto, ma anche durante il viaggio, sopra qualsiasi territorio si trovi a sorvolare.
È qui che lo studio diventa interessante e inquietante allo stesso tempo. La propulsione nucleare che dà al missile la sua autonomia quasi illimitata è anche la sua principale criticità. Un’arma che funziona disperdendo materiale radioattivo nell’aria solleva interrogativi che vanno ben oltre la pura strategia militare, toccando temi ambientali e di sicurezza che riguardano chiunque si trovi sotto la sua rotta.
Il missile russo resta quindi avvolto in un alone di mistero, fatto di annunci ufficiali roboanti e di una quasi totale assenza di dati verificabili. Quello che emerge dall’analisi è il ritratto di un sistema d’arma estremamente ambizioso sul piano tecnologico ma carico di conseguenze potenzialmente gravi, esattamente quelle che decenni fa avevano spinto gli Stati Uniti ad abbandonare un’idea molto simile.