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Siri AI finalmente utile, ma resta indietro sugli agenti

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A poco più di un mese dal debutto, Siri AI sembra finalmente mantenere la promessa di Apple di un assistente personale davvero utile nell’era dell’intelligenza artificiale. Il guaio è che nel frattempo le aspettative attorno agli assistenti agentici stanno cambiando a gran velocità, e il traguardo si è spostato di nuovo. Questa volta però Apple dà l’impressione di non voler restare a guardare dagli spalti.

Siri AI funziona, ma sembra ferma al 2024

Il nuovo assistente, che ufficialmente porta ancora l’etichetta di beta, si porta dietro due caratteristiche piuttosto evidenti. Da un lato è finalmente utile, dall’altro può essere esasperante nella lentezza con cui risponde anche alle domande più banali. Eppure i primi risultati concreti non mancano. Un esempio rende bene l’idea. Durante una corsa di 10 chilometri è bastato chiedere a Siri AI quanto fosse costata una camera d’albergo prenotata per un viaggio a San Francisco e quanto distasse dal primo appuntamento in città. Entrambe le risposte sono arrivate corrette, e decisamente prima di quanto sarebbe servito per cercarle a mano.

Da lì l’uso quotidiano cambia. Diventa naturale rivolgersi all’assistente per recuperare il contatto dell’idraulico che un paio di anni fa aveva sistemato una perdita sotto il lavello, oppure il nome di quella persona che si occupava di pubbliche relazioni e aveva fatto da tramite per una conoscenza. Sono informazioni sepolte da qualche parte, in una conversazione su iMessage o in una ricevuta arrivata per email. Si potrebbero cercare in autonomia, certo, ma delegare la ricerca è molto più comodo. E per la prima volta in 15 anni queste richieste si possono fare senza aspettarsi che Siri si inceppi a metà frase. Il punto debole sta tutto qui, perché Apple ha appena raggiunto ciò che gli assistenti basati sull’intelligenza artificiale sapevano già fare nel 2024.

La nuova frontiera sono gli agenti che lavorano al posto dell’utente

Negli ultimi mesi il mercato più avanzato si è spostato con decisione verso gli assistenti agentici. OpenAI, Anthropic, Meta e xAI, insieme a molte altre realtà, propongono strumenti che non si limitano a rispondere ma eseguono compiti concreti per conto di chi li usa. Con Codex e ChatGPT Work, per esempio, è possibile aprire, creare, modificare e organizzare file sparsi tra il Mac e diversi servizi cloud, o interagire con siti in cui si è già effettuato l’accesso. Ogni volta che il compito va a buon fine sembra quasi una magia.

Il rovescio della medaglia è evidente. Dopo un’operazione del genere completata da ChatGPT, la nuova Siri AI comincia a sembrare la vecchia Siri. Siamo ancora agli inizi, però il rischio di un altro ritardo è concreto, visto che i laboratori di intelligenza artificiale rilasciano aggiornamenti importanti anche a poche settimane di distanza mentre Apple resta legata al suo ciclo annuale di software. C’è comunque un limite degli agenti attuali su cui Cupertino potrebbe fare la differenza. Strumenti come Codex, Dots e ChatGPT Work dipendono ancora molto dall’utente per permessi e contesto. Non sanno cosa si sta facendo, di cosa si è parlato con altre persone o cosa servirà dopo, a meno che non venga detto in modo esplicito.

Il vantaggio di Apple passa da contesto e privacy

Il prossimo salto, con buona probabilità, non dipenderà solo da ciò che questi strumenti sanno fare ma dalla loro capacità di comprendere in tempo reale la situazione dell’utente. Ed è proprio qui che Apple potrebbe giocarsi la fiducia costruita in anni di attenzione alla privacy. Il mese scorso l’azienda ha presentato due funzioni per Apple Watch. Siri Recap genera in automatico riassunti delle conversazioni della giornata, mentre Live Rewind permette di recuperare gli ultimi 15 secondi di un dialogo che magari è sfuggito.

Entrambe sfruttano il microfono dell’orologio per raccogliere informazioni su ciò che accade attorno a chi lo indossa, offrendo a Siri una fonte di contesto personale del tutto nuova. Le implicazioni sulla riservatezza sono enormi, soprattutto perché nelle conversazioni ci sono altre persone che non hanno dato alcun consenso, ed è probabilmente per questo che le due funzioni non sono ancora state distribuite. Apple ha però già dimostrato di essere disposta a sforzi notevoli su questo fronte, come dimostra il lavoro fatto per il suo sistema Reference Image.

Man mano che gli agenti diventeranno più capaci, il loro vero limite riguarderà sempre meno le prestazioni dei modelli e sempre più la quantità di informazioni che le persone saranno disposte a condividere. Un assistente capace di capire su cosa si sta lavorando, di raccogliere dati in background e perfino di agire in base a ciò che succede intorno farebbe sembrare gli strumenti agentici di oggi limitati quanto la vecchia Siri. Apple ha ancora molta strada da recuperare per costruire capacità simili, ma parte da una posizione molto più solida rispetto a quando è iniziata la corsa all’intelligenza artificiale generativa.

Fonte: TecnoAndroid

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