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Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 arrivò anche in Italia Omnibot, un robot giocattolo che oggi, a distanza di parecchi decenni, trova una seconda giovinezza grazie all’intelligenza artificiale. Il merito è di un maker che ha deciso di rimettere mano a quel piccolo automa per regalargli qualcosa che all’epoca sembrava pura fantascienza, cioè la possibilità di vedere e di elaborare ciò che lo circonda.
Nel nostro Paese non furono in molti ad accorgersi della sua esistenza. Rispetto ai successori più fortunati, come il celebre Emiglio il mio robot, Omnibot rimase un prodotto di nicchia e non entrò davvero nell’immaginario collettivo dei bambini italiani. Oltreoceano la storia andò in modo diverso e negli Stati Uniti il robottino prodotto da Tomy conobbe una diffusione decisamente più ampia, conquistando un pubblico ben più numeroso.
Più giocattolo che robot, almeno all’epoca
L’idea alla base, comunque, non cambiava da una sponda all’altra dell’Atlantico. Omnibot era a tutti gli effetti un robot giocattolo e proprio quella seconda parola pesava parecchio sulla bilancia. I limiti tecnologici del periodo non permettevano grandi miracoli, così il prodotto finiva per essere molto più un passatempo che una vera macchina intelligente. L’aspetto però raccontava un’altra storia, perché la sagoma era proprio quella di un piccolo e simpatico automa, capace di accendere la fantasia di chi lo teneva in mano.
C’era insomma una distanza notevole tra ciò che quel giocattolo prometteva con il suo look e ciò che poteva fare concretamente. Una distanza che per anni è rimasta lì, congelata insieme a tanti altri oggetti di quell’epoca finiti in soffitta o nelle collezioni degli appassionati di modernariato.
Nel frattempo però il mondo della robotica ha corso parecchio. Spinta dall’intelligenza artificiale, la disciplina sta facendo passi da gigante e a volte, letteralmente, anche passi di danza. Ed è proprio in questo contesto che a qualcuno è venuta voglia di rispolverare quel pezzo di antiquariato tecnologico per vedere fin dove poteva arrivare con gli strumenti di oggi.
Il lavoro di Mario Cruz su Omnibot
A oltre quarant’anni dal debutto, avvenuto nel 1984, il maker Mario Cruz ha deciso di concedere a Omnibot una seconda possibilità. L’operazione parte da una base piuttosto modesta, visto che la dotazione originale del robottino era ben povera, ma proprio per questo il risultato assume un significato particolare. Non si tratta di costruire qualcosa da zero, bensì di aggiornare un oggetto nato in un’altra epoca senza snaturarne il fascino.
La ricetta scelta è semplice da spiegare anche a chi non mastica tecnologia. Al vecchio automa sono stati aggiunti due elementi chiave, una fotocamera intelligente e un Raspberry Pi. Il primo componente fornisce al giocattolo la vista, il secondo gli mette a disposizione un vero e proprio cervello. Due ingredienti che, combinati, trasformano quella sagoma rimasta per decenni più promessa che realtà in qualcosa di molto più vicino all’idea di robot che i bambini degli anni ’80 avevano in testa.
Il fascino del progetto sta tutto qui, nell’incontro tra un oggetto rimasto ai margini del mercato italiano e le possibilità offerte oggi dall’intelligenza artificiale. Omnibot, che in passato era molto più giocattolo che macchina, ottiene finalmente gli occhi e la capacità di elaborazione che il suo aspetto lasciava immaginare. Il tutto grazie a componenti che oggi rientrano nella cassetta degli attrezzi di qualsiasi maker, applicati con pazienza a un automa prodotto da Tomy nel 1984 e rimasto fino a ora con la sua dotazione originale.
Fonte: TecnoAndroid


