La riforma della caccia che il governo italiano ha messo nero su bianco sta facendo discutere parecchio, e non solo tra chi di animali e ambiente si occupa per mestiere. Il nuovo disegno di legge allarga periodi, aree e specie cacciabili, mentre il peso della scienza nelle decisioni si fa più leggero. Una combinazione che ha già acceso reazioni forti tanto nella società quanto nel mondo della ricerca.
Leggendo il testo del provvedimento, una cosa salta subito agli occhi più di tutte. C’è una distanza notevole tra le necessità politiche che hanno spinto l’esecutivo a firmare questo decreto, quello che il documento contiene davvero e i bisogni concreti del paese. Tre piani che dovrebbero parlarsi e che invece, almeno sulla carta, sembrano andare ciascuno per la propria strada.
Cosa cambia con il nuovo disegno di legge
Il punto centrale della riforma sulla caccia riguarda l’ampliamento. Più tempo a disposizione, più territori dove poter agire e un elenco più lungo di specie su cui è consentito intervenire. Tre allargamenti che, messi insieme, ridisegnano in modo sensibile le regole rispetto a quanto valeva fino a oggi.
A pesare nelle critiche è soprattutto il ridimensionamento del ruolo scientifico. Le valutazioni tecniche, quelle che dovrebbero guidare scelte delicate come la gestione della fauna selvatica, vengono percepite come messe in secondo piano. E qui si annida buona parte del malcontento, perché toccare l’equilibrio tra decisione politica e parere degli esperti non è mai una faccenda da poco.
Le reazioni di società e mondo scientifico
Le critiche al DDL caccia arrivano da più fronti. Da un lato c’è una fetta consistente di società civile che guarda con preoccupazione all’allargamento delle maglie venatorie. Dall’altro c’è la comunità scientifica, che vede sminuito il proprio contributo proprio in un ambito dove i dati e le analisi dovrebbero contare parecchio.
Il nodo, in fondo, è sempre lo stesso. Quando si parla di fauna selvatica e di gestione del territorio, le scelte hanno conseguenze che si misurano negli anni, non nelle settimane. E un provvedimento che amplia senza un solido aggancio tecnico finisce inevitabilmente per sollevare dubbi su quale sia la rotta scelta dal legislatore.
Resta il fatto che la normativa sulla caccia in Italia tocca corde profonde, dove si intrecciano interessi diversi, sensibilità opposte e visioni del rapporto tra essere umano e natura che difficilmente trovano un punto d’incontro. Questo nuovo testo, più che ricomporre quelle differenze, sembra averle rese ancora più visibili.