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Le resurrezioni digitali realizzate con l’intelligenza artificiale stanno diventando un business vero e proprio, costruito attorno all’idea di riportare in vita, almeno in forma virtuale, chi non c’è più. Un tema delicato, che tocca il dolore delle famiglie e la memoria delle persone, ma che negli ultimi tempi ha assunto anche una dimensione commerciale difficile da ignorare. Uno studio dedicato a 50 aziende attive in questo settore ha messo in evidenza un aspetto piuttosto scomodo. Il consenso dei defunti non sembra rappresentare un ostacolo per chi vuole far “lavorare” i morti anche dopo la loro scomparsa.
La domanda di fondo è semplice solo in apparenza. Quando una persona viene ricreata attraverso gli algoritmi, chi ne trae davvero vantaggio? Le famiglie che cercano un modo per elaborare la perdita, le società che offrono questi servizi oppure qualcun altro ancora? L’analisi non si limita a fotografare un fenomeno curioso o tecnologicamente affascinante. Prova piuttosto a ragionare su chi guadagna e su chi, invece, non ha più voce in capitolo.
Il lavoro spettrale e il nodo del consenso
Al centro della ricerca c’è un concetto che rende bene l’idea, quello di lavoro spettrale. Con questa espressione si indica il fatto che una persona deceduta, una volta trasformata in una versione digitale, continua in qualche modo a produrre valore. Lo fa senza averlo scelto e senza poter dire nulla in merito. Le sue parole, la sua immagine e la sua identità diventano materia prima per un prodotto che qualcuno vende e qualcun altro acquista.
Il punto più critico emerso dall’indagine riguarda proprio la volontà del defunto. Esaminando le 50 realtà che operano nel campo delle resurrezioni basate sull’intelligenza artificiale, lo studio ha rilevato come l’assenza di un consenso esplicito non impedisca di imporre questa forma di lavoro postumo. In altre parole chi è morto non ha mai detto sì, eppure il suo alter ego digitale può comunque essere messo all’opera. Una dinamica che solleva interrogativi etici non da poco, perché sposta il controllo dell’identità di una persona nelle mani di terzi.
Un mercato che cresce attorno alla memoria
Il fatto che le aziende prese in esame siano ben 50 dice già molto sulle dimensioni del fenomeno. Non si parla più di esperimenti isolati o di progetti di nicchia, ma di un vero mercato con un’offerta articolata e una platea di potenziali clienti. Le resurrezioni digitali si inseriscono così in un’economia che ruota attorno al ricordo, alla nostalgia e al bisogno umano di mantenere un legame con chi se n’è andato.
Proprio qui si gioca la partita più interessante. Da una parte c’è un desiderio comprensibile e profondamente umano, quello di sentire ancora vicina una persona amata. Dall’altra c’è un modello di business che trasforma quel desiderio in una fonte di guadagno, utilizzando l’identità di chi non può più esprimersi. La ricerca mette in fila questi due piani e mostra come il secondo possa facilmente prevalere sul primo, proprio perché il protagonista di tutta l’operazione è l’unico a non avere alcun potere decisionale.
Lo studio sulle 50 società del settore evidenzia quindi un quadro in cui la tecnologia corre veloce, mentre il tema del consenso resta ai margini. Il risultato è un sistema nel quale il lavoro spettrale dei defunti può essere sfruttato commercialmente senza che la loro mancata autorizzazione rappresenti un vero freno per le aziende che offrono questi servizi.
Fonte: TecnoAndroid


