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Il confronto tra intelligenza artificiale generativa e diritto d’autore arriva per la prima volta davanti alla Corte di giustizia Ue, e lo fa attraverso il caso Like Company contro Google. Sotto la lente dei giudici europei ci sono le risposte di Gemini, il chatbot di Google, quando vengono costruite a partire da articoli recuperati online e finiscono per riproporne la forma in modo riconoscibile. Non si tratta di una questione astratta. Secondo l’avvocato Szpunar, questo modo di operare potrebbe in alcuni casi violare i diritti degli editori, cioè di chi quei contenuti li produce e li pubblica.
Il punto è delicato perché tocca il cuore del funzionamento di questi strumenti. Un assistente come Gemini non si limita a indicare dove si trova un’informazione. Va a cercarla, la rielabora e la restituisce sotto forma di risposta pronta. Ed è proprio in questo passaggio che nasce il problema sollevato nel procedimento.
Il nodo della forma riconoscibile
La questione non riguarda tanto il fatto che un sistema di AI generativa attinga a materiale presente in rete. Il centro della vicenda sta nel modo in cui quel materiale viene restituito all’utente. Quando la risposta del chatbot ricalca la struttura e l’espressione di un articolo giornalistico, al punto da renderlo identificabile, il confine tra semplice sintesi e riproduzione diventa molto sottile.
Ed è qui che entra in gioco la posizione dell’avvocato Szpunar. La sua lettura non parla di una violazione automatica e generalizzata. Il riferimento è a casi specifici, quelli in cui le risposte riprendono la forma dei testi originali in maniera riconoscibile. Una distinzione che pesa parecchio, perché separa l’uso dei contenuti come base informativa dalla loro riproposizione quasi fedele.
Per chi lavora nell’editoria la differenza è tutt’altro che marginale. Un articolo non è solo un insieme di notizie, è anche il risultato di scelte di scrittura, di impostazione, di linguaggio. Se queste scelte vengono replicate da un chatbot all’interno di una risposta, la tutela dei diritti degli editori torna inevitabilmente al centro del dibattito.
Perché il caso Like Company contro Google è un precedente
Il valore della vicenda sta anche nella sua novità. Il caso Like Company contro Google rappresenta la prima occasione in cui l’intelligenza artificiale generativa viene portata davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Finora il tema era rimasto soprattutto nel campo delle discussioni tra addetti ai lavori, delle polemiche pubbliche e delle trattative commerciali. Adesso approda in una sede giudiziaria di livello europeo.
Questo significa che la questione non riguarda soltanto Google e il suo assistente. Il modo in cui verrà affrontato il rapporto tra le risposte di Gemini e gli articoli recuperati in rete potrebbe diventare un punto di riferimento per l’intero settore, considerato che il funzionamento descritto nel procedimento è comune a molti strumenti basati sull’AI generativa.
Il cuore del procedimento resta comunque la stessa domanda di partenza. Fino a che punto un sistema automatico può usare il lavoro giornalistico per costruire le proprie risposte senza invadere lo spazio protetto dal diritto d’autore? Per l’avvocato Szpunar il limite si supera nei casi in cui Gemini ripropone la forma degli articoli in modo riconoscibile, ed è proprio su questo terreno che si gioca la partita davanti alla Corte di giustizia Ue.
Fonte: TecnoAndroid


