L’inaugurazione è andata in scena il 18 giugno, e l’esposizione resterà visitabile fino al 10 luglio. Tre settimane scarse per andare a vedere come una nuova generazione di fotografi racconta il Paese. Non attraverso monumenti, panorami da cartolina o piazze gremite. Ma attraverso le persone. I volti, gli sguardi, i momenti che di solito scivolano via senza che nessuno li fermi.
Un progetto che parte dalle aule, non dall’ufficio marketing
La cosa interessante è che non si tratta della solita operazione promozionale calata dall’alto. Dietro c’è un percorso vero, fatto di lezioni, esercitazioni e correzioni. realme è infatti diventata partner fotografico ufficiale dell’Accademia di Belle Arti di Roma, e i suoi dispositivi sono finiti nelle mani degli studenti come strumento didattico quotidiano. Non un gadget da provare per una settimana, insomma. Uno strumento di lavoro.
La mostra è il punto di arrivo di tutto questo. Il momento in cui la ricerca svolta tra i banchi diventa qualcosa da appendere a una parete e mostrare al pubblico. Curata dal professor Claudio Libero Pisano insieme alle studentesse del Dipartimento di Didattica e Comunicazione dell’Arte, con il contributo di Francesco Giovanetti, ha coinvolto i ragazzi della Scuola di Fotografia e Video, coordinati dai docenti Ernani Paterra e Luca Valerio. Tanti nomi, certo. Ma dietro ognuno c’è una scelta precisa: tenere insieme la parte tecnologica e quella artistica, senza che una soffochi l’altra.
E qui sta il punto. Perché la domanda, banale ma legittima, è sempre la stessa: si può fare arte con un telefono? La risposta, a giudicare da quello che si vede a Campo Boario, è sì. Con qualche distinguo, ma sì.
La voce di realme: Angelica Maci e i giovani al centro
A mettere ordine sul senso dell’operazione ci ha pensato Angelica Maci, PR & Brand Manager di realme, presente all’inaugurazione. Le sue parole, più che lo slogan di rito, raccontano da dove nasce l’idea. “Per realme i giovani sono sempre stati al centro delle iniziative e dei progetti”, ha spiegato. “Quando abbiamo iniziato a dialogare con l’Accademia delle Belle Arti di Roma, abbiamo visto un’opportunità molto interessante, perché volevamo mettere la nostra tecnologia a servizio degli studenti.”
Tecnologia a servizio, non in vetrina. La differenza è sottile ma conta. L’obiettivo, ha rimarcato la manager, era “dare uno strumento tecnologico che permetta di raccontare il proprio punto di vista”, e in quest’ottica la realme 16 Pro Series è, parole sue, “il perfetto punto di incontro tra tecnologia e formazione”. Uno smartphone che, ha aggiunto, “ha permesso ai giovani di poter esprimere e interpretare la realtà”.
Maci si è soffermata anche sull’aspetto più tecnico, quello della ritrattistica contemporanea. “La serie 16 Pro ha sviluppato un sistema di lunghezze multi-focali che permette, per ogni ritratto, di creare diverse prospettive”, ha detto, sottolineando come l’ampio sensore da 200 megapixel consenta “di fare ritratti con grandissimi dettagli e particolari”. Ma la frase che forse resta più impressa è un’altra, quella con cui ha chiuso il suo intervento. “Quello che mi ha più colpito è la diversità degli sguardi degli studenti, perché ognuno ha avuto la propria interpretazione.” Ed è esattamente questo, in fondo, il cuore della mostra.
Tre temi per raccontare chi siamo
I partecipanti hanno lavorato su tre filoni, e ognuno apre una prospettiva diversa sullo stesso soggetto, l’identità italiana. Il primo si chiama My Unfiltered Self, ed è forse il più intimo: il ritratto senza maschere, senza pose costruite, senza quel filtro (mentale, prima ancora che digitale) che spesso ci mettiamo davanti quando sappiamo di essere osservati. Il secondo, Urban Player, sposta l’obiettivo sulla città vissuta, sulle persone che la abitano e la attraversano. Il terzo, Eyes on the City, gioca proprio sullo sguardo, su cosa significa guardare e lasciarsi guardare in uno spazio pubblico.
Detta così sembra teoria. In pratica si traduce in volti di studenti, docenti, gente comune. Nessun personaggio famoso, nessuna celebrità da copertina. E forse è proprio questo a rendere la cosa autentica. L’Italia che esce da queste immagini non è quella patinata delle guide turistiche, ma quella che incroci al bar la mattina, sull’autobus, sotto i portici di un mercato.
C’è un’idea di fondo che attraversa tutto il progetto: l’identità di un Paese non è un dato fisso, è qualcosa che si costruisce di continuo, incontro dopo incontro. Le fotografie esposte sembrano dare ragione a questa idea. Sono frammenti, schegge di quotidianità. Messe insieme, però, raccontano qualcosa di più grande.
La tecnologia che si fa da parte (quasi)
Tutti gli scatti seguono un approccio chiamato Multi-focal Portrait, che sfrutta tre diverse focali, 1x, 3.5x e 10x. In soldoni: la possibilità di cambiare punto di vista e distanza senza spostarsi fisicamente, avvicinandosi o allargando il campo a seconda di cosa si vuole far emergere del soggetto. Una sorta di palestra creativa, perché ogni focale impone un modo diverso di pensare l’inquadratura.
Le opere portano il watermark realme e finiranno anche online, sui profili Instagram @realme.it e @abaroma_, con l’hashtag #realme16ProSeries5G. Una scelta che dà continuità digitale a una mostra fisica, e che ha senso visto il pubblico a cui parla. Mica i ragazzi vanno solo nelle gallerie. Vivono sui social, e lì il lavoro continua a circolare anche dopo il 10 luglio.
Vale la pena spendere due parole sul dispositivo, perché spiega il perché di tutto. La realme 16 Pro Series, composta dai modelli 16 Pro e 16 Pro+, punta forte sulla fotografia di ritratto. Il cuore del sistema è un sensore principale da 200 megapixel, affiancato da una piattaforma di elaborazione sviluppata internamente e battezzata LumaColor Image, pensata per gestire colori e luci con un occhio di riguardo agli incarnati. Ci sono poi algoritmi dedicati, da HyperRAW a InstantSnap fino all’Anti Distortion, e un kit ottico multi-focale per i ritratti presente su entrambi i modelli. Il 16 Pro+ aggiunge un teleobiettivo periscopico da 50 megapixel. Roba che, fino a poco tempo fa, vedevi solo sui top di gamma da oltre mille euro. Qui invece i prezzi di lancio partivano da 399,99 euro per il 16 Pro e 479,99 euro per il 16 Pro+.
Ed è esattamente questo il messaggio che l’azienda vuole far passare: rendere accessibile a molti quello che prima era riservato a pochi. La fotografia d’autore, per dirla in grande, che smette di essere un privilegio.
Un contest, e tre vincitrici
Portrait of Italians non si è limitato all’esposizione. C’era anche una competizione, valutata da una giuria, che ha messo in palio riconoscimenti concreti. Il Premio Oro è andato a Laura Lambertini, con menzioni e premi anche per Claudia Caporaso e Valeria Cernetti. Per la vincitrice, oltre alla soddisfazione, un riconoscimento in denaro da 800 euro, uno smartphone della serie e un paio di auricolari realme Air 8 Buds. Non male, per un progetto nato tra i banchi.
Il giorno dell’apertura, peraltro, è stato pensato come un piccolo evento a sé. Alle 16:00 uno speech introduttivo nella sala conferenze, curato dall’Accademia e dal brand. Dalle 16:30 un’attività speciale di ritratto dal vivo, con stampa immediata delle foto scattate ai visitatori. E poi, alle 17:00, le porte aperte a tutti. Una giornata che ha provato a coinvolgere il pubblico, non solo a mostrargli qualcosa.
Vale la pena andarci?
Detto onestamente, sì. Non tanto, o non solo, per la curiosità tecnologica del “guarda, è tutto fatto col telefono”. Quello è il gancio, l’amo che cattura. Ma la sostanza è altrove. Sta nei volti, negli sguardi, in quel modo un po’ ruvido e diretto di raccontare l’Italia che hanno solo i ventenni quando non cercano di compiacere nessuno.
La mostra chiude il 10 luglio. Campo Boario non è il centro storico, è una Roma più defilata e meno turistica, ma è proprio lì che certe cose hanno senso. Un consiglio, se passate da quelle parti in queste settimane: fermatevi mezz’ora. Probabilmente ne uscirete con una domanda in testa, e non è la peggiore delle domande. Cosa rende italiano un volto?















