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Rane della Foresta Atlantica: un fungo dietro la moria storica

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Per quasi cinquant’anni la scomparsa delle rane nella Foresta Atlantica del Brasile è rimasta senza una spiegazione convincente. Ora un gruppo di ricercatori ha raccolto prove solide che indicano un colpevole microscopico, un fungo letale che avrebbe attraversato la regione decimando le specie più fragili. E c’è anche una sorpresa. Molte popolazioni di anfibi nel frattempo si sono riprese, segno che avrebbero sviluppato una maggiore tolleranza alla malattia che un tempo ne minacciava la sopravvivenza.

Lo studio, pubblicato su Molecular Ecology, porta la firma del Center for Conservation Genomics dello Smithsonian‘s National Zoo and Conservation Biology Institute (NZCBI) e della Pennsylvania State University. Il principale indiziato è la chitridiomicosi, una malattia provocata dal fungo Batrachochytrium dendrobatidis. Secondo gli scienziati il patogeno avrebbe avuto origine in Asia per poi diffondersi nel mondo tra gli anni Settanta e Ottanta, ma è stato identificato e descritto formalmente soltanto nel 1999. A quel punto centinaia di specie di anfibi erano già state spinte verso l’estinzione e alcune erano scomparse del tutto. Proprio perché tante popolazioni sono crollate prima che si conoscesse l’esistenza del fungo, stabilirne le responsabilità è stato tutt’altro che semplice.

“Dopo quasi 50 anni non sappiamo ancora con certezza cosa abbia causato molte morie storiche di anfibi, e questo rende questi declini alcuni dei casi irrisolti più longevi dell’epidemiologia della fauna selvatica” ha spiegato Jack Boyette, dottorando alla Pennsylvania State University e borsista del NZCBI, che ha guidato la ricerca.

Le prove nascoste nelle collezioni dei musei

Il caso ruota attorno alla stazione biologica di Boracéia, dove tra il 1979 e il 1982 gli anfibi hanno subito cali drammatici. In passato c’era chi aveva chiamato in causa il cambiamento climatico o eventi meteorologici particolarmente estremi, ma i nuovi dati mostrano che proprio in quegli anni il fungo si stava diffondendo nella zona. Per ricostruire la vicenda il team si è affidato a una fonte inattesa, cioè gli esemplari conservati nelle collezioni museali. Il National Museum of Natural History dello Smithsonian custodisce infatti gli animali raccolti da William Ronald Heyer, ex curatore di anfibi e rettili, che a Boracéia aveva condotto cinque spedizioni. Due risalgono agli anni Settanta, prima del crollo, e tre agli anni Ottanta, dopo la moria.

Gli studiosi hanno analizzato più di 370 anfibi appartenenti a 17 specie. Nessun esemplare raccolto prima del 1979 mostrava tracce di infezione, mentre tra quelli degli anni Ottanta oltre la metà è risultata positiva. Il quadro però presentava un dettaglio curioso. Le specie più colpite dal declino non avevano segni rilevabili del fungo, mentre quelle rimaste stabili lo portavano spesso. Secondo i ricercatori alcune rane riuscivano a tollerare il patogeno senza morire, mentre le più vulnerabili soccombevano così in fretta che Heyer non è mai riuscito a raccoglierne di infette.

Michael Campana, genomicista del NZCBI che ha partecipato al lavoro, sottolinea come i collezionisti dell’epoca non potessero immaginare quanto i loro reperti sarebbero diventati preziosi per la conservazione moderna. Senza quei campioni sarebbe impossibile individuare patogeni rimasti invisibili per decenni. Ricostruire queste epidemie potrebbe aiutare anche ad anticipare minacce future come B. salamandrivorans, un altro fungo che sta mettendo in pericolo le salamandre in Europa e potrebbe rappresentare un serio rischio anche in Nord America.

Una ripresa inattesa per le rane brasiliane

Insieme all’Università di San Paolo, il gruppo è tornato a Boracéia sei volte tra il 2022 e il 2024 per studiare gli anfibi che oggi popolano l’area. Delle 17 specie presenti nella collezione di Heyer ne sono state ritrovate 12. Delle altre cinque non c’è traccia e il loro stato attuale è incerto, con il timore che alcune siano sparite del tutto dal sito. La maggior parte degli anfibi però si è ripresa dopo i crolli dei primi anni Ottanta. Il fungo circola ancora tra le rane locali, ma il modello di infezione suggerisce che le specie un tempo devastate abbiano acquisito più tolleranza nel corso delle generazioni.

Gli autori precisano che i risultati riguardano Boracéia e non possono spiegare automaticamente le scomparse in altre zone della Foresta Atlantica. L’indagine comunque prosegue. I ricercatori stanno esaminando il DNA estratto dagli esemplari museali per individuare i meccanismi genetici che hanno influenzato la risposta degli anfibi alla chitridiomicosi, così da capire perché alcune specie siano state travolte e altre no. Progetti paralleli sfruttano invece il DNA ambientale antico, ovvero le tracce genetiche lasciate dagli organismi nell’ambiente circostante, per colmare i vuoti delle collezioni storiche e documentare specie e patogeni mai raccolti direttamente.

Fonte: TecnoAndroid

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