Italia digitale, parola che per qualche anno è sembrata coincidere con una promessa enorme. Il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, è stato accolto come il colpo di fortuna capace di rimettere in carreggiata un Paese inchiodato alla burocrazia e a un divario digitale che si trascina da decenni. Decine di miliardi di euro destinati al capitolo della digitalizzazione e dell’innovazione, con un’ambizione quasi smisurata. Portare l’Italia dentro l’epoca della connettività totale e dei servizi in cloud. Ora però la festa dei finanziamenti pubblici si è scontrata con la freddezza dei conti.
L’ultimo report della Commissione europea sullo stato di avanzamento della Missione del decennio digitale racconta un’Italia che, sulla carta, corre parecchio. Sono stati allocati il 26,5% dei fondi del Piano, vale a dire 49,8 miliardi di euro, alle politiche digitali, ai quali si aggiungono 6,1 miliardi che arrivano dai fondi di coesione. Numeri che fanno una certa impressione e che, in alcuni casi, ci collocano davanti alla media europea.
Quel 5G che corre solo a metà
Superiamo infatti gli altri Paesi per la diffusione della fibra ottica fino a casa e per la copertura 5G di base. Le piccole e medie imprese italiane se la cavano bene sulla digitalizzazione elementare e sull’adozione del cloud. Eppure dietro le percentuali rassicuranti si nasconde un’Italia che viaggia a due velocità, con ritardi cronici e resistenze culturali che i soldi europei non sono riusciti a cancellare.
Il 5G, annunciato nel lontano 2019 come la rivoluzione che avrebbe connesso le imprese e azzerato i divari territoriali, è l’esempio perfetto. Dire che il 90% della popolazione è coperta significa raccontare una mezza verità. Le reti davvero veloci, quelle 5G standalone native di nuova generazione, in Italia si contano sulle dita di una mano. Finora si è andati avanti quasi solo con un semplice aggiornamento delle vecchie infrastrutture 4G. I piani di Infratel per portare la rete mobile nelle aree a fallimento di mercato hanno migliorato qualcosa, ma con una fatica enorme.
Nelle zone montane la situazione è ancora più dura. Secondo i dati dell’Uncem solo fra il 6% e il 10% dei Comuni gode di una copertura soddisfacente, mentre un quarto dei territori montani vive in un blackout totale. E nonostante decreti, campagne e tentativi di rassicurazione, resta vivo il timore di chi teme danni per la salute, con battaglie di sindaci e comunità che vanno avanti da tempo.
Sanità digitale e i nodi che restano
Sul fronte dell’identità digitale e del Fascicolo sanitario elettronico Bruxelles elogia la maturità dei sistemi italiani. Ma sul campo la realtà è un’altra. Il cronoprogramma del ministero della Salute imponeva la digitalizzazione dei documenti entro 5 giorni e l’interoperabilità delle piattaforme, però la Fondazione Gimbe ha messo nero su bianco che nessuna regione mette davvero a disposizione tutte le 20 tipologie di documenti previste dai decreti.
L’Emilia-Romagna guida con 17, la Puglia chiude la fila con 11. E solo il 44% degli italiani ha autorizzato i medici a consultare il proprio fascicolo. Nel Mezzogiorno pesano l’analfabetismo digitale, la scarsa fiducia sulla privacy e la sensazione che lo strumento serva a poco. In Campania e Abruzzo il consenso è fermo a un misero 2%. Il sindacato dei medici di famiglia Snami ha denunciato più volte il carico di lavoro insostenibile per compilare a mano il Patient Summary.
La Relazione della Corte dei Conti sullo stato di attuazione del Piano, approvata a maggio 2026, fotografa criticità precise sul fronte digitale. È servito rimodulare e definanziare parzialmente alcune misure importanti, perché le risorse non venivano assorbite del tutto. Il Piano Italia a 1 Giga ha subito un taglio di circa 500 milioni di euro. Per recuperare e spingere gli investimenti privati nella banda ultralarga il Governo ha introdotto una misura di soccorso, il Fondo nazionale connettività gestito da Invitalia con un budget di 733 milioni di euro. Anche le risorse per PagoPA e App IO hanno conosciuto una contrazione.
Competenze, intelligenza artificiale e startup ancora indietro
I soldi del Pnrr sono stati un ottimo turbo finanziario, ma l’Europa ricorda che i nodi strutturali restano tutti sul tavolo. La questione del capitale umano pesa parecchio. L’Italia sconta ancora un livello di competenze digitali di base nettamente inferiore alla media europea e una carenza cronica di specialisti Ict, aggravata da un forte divario di genere. Upskilling e reskilling dovrebbero diventare sistemici e non legati a bandi temporanei.
Sull’intelligenza artificiale il Paese si è dotato di una governance con la Legge 132/2025, in linea con l’AI Act europeo, e di un fondo da 1 miliardo per startup e pmi. Eppure il tasso di adozione nelle imprese resta bassissimo, perché manca la capacità di integrare le tecnologie avanzate nei modelli di business. Nessuna svolta nemmeno per le startup. Bruxelles segnala la carenza di venture capital nelle fasi avanzate di finanziamento e la debolezza del trasferimento tecnologico dalle università al mercato.