Una funzione ancora nascosta nel codice software dei Pixel potrebbe cambiare il modo in cui questi smartphone gestiscono i suoni che ci circondano. Si chiama Audio Memory ed è emersa dall’analisi dell’ultimo aggiornamento dell’Android System Intelligence destinato al Pixel 10. Smontando pezzo per pezzo la versione C4 di questo pacchetto, alcuni esperti hanno trovato le tracce di uno strumento mai annunciato ufficialmente, etichettato internamente con un nome in codice curioso, blueflax, ovvero un fiore selvatico.
Cosa promette davvero Audio Memory
Le stringhe di testo rintracciate nel codice raccontano di un sistema pensato per monitorare e conservare i suoni captati dallo smartphone durante la giornata. E qui rientra praticamente tutto, dai brani musicali che suonano in sottofondo fino alle conversazioni vere e proprie. Detta così, fa un certo effetto. Il funzionamento ricorda da vicino quello dei registratori intelligenti o di certe spillette IA che hanno fatto discutere negli ultimi tempi, dispositivi capaci di catturare l’audio ambientale in background, trascriverlo e poi riassumerne i punti principali sotto forma di appunti.
Detto questo, c’è anche un’ipotesi meno invadente. Potrebbe darsi che Audio Memory abbia un raggio d’azione più ristretto, limitandosi ad archiviare soltanto le chiamate vocali fatte tramite i canali classici oppure quelli digitali. In quel caso lo scenario cambierebbe parecchio, perché non si parlerebbe più di un orecchio sempre acceso ma di qualcosa di molto più circoscritto. Il modulo, in ogni caso, dovrebbe lavorare come un motore di ascolto invisibile, lasciando ad altre app il compito di mostrare poi i dati raccolti.
Privacy e riconoscimento dei brani
Sul fronte della sicurezza, la tecnologia si appoggia all’architettura del Private Compute Core, che esegue i calcoli direttamente sulla memoria locale del telefono senza spedire tutto in giro. Lo strumento dovrebbe inglobare le attuali capacità di rilevamento musicale, arricchendole con una cronologia capace di raccogliere anche i pezzi riprodotti dentro app di terze parti. Il riconoscimento dei brani avverrà confrontando le impronte acustiche con un archivio già presente nel dispositivo.
Quando però un brano non viene identificato sul posto, il sistema invia un file crittografato ai server cloud di Google per completare la ricerca. La promessa è chiara su un punto, i dialoghi personali e i rumori ambientali non dovrebbero mai finire all’esterno. Chi possiede un Pixel 10 manterrà inoltre la possibilità di togliere al servizio l’accesso a determinate applicazioni, decidendo quindi cosa lasciare ascoltare e cosa no.