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Piedi sul cruscotto in auto: i rischi e le multe che ignori

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Viaggiare con i piedi sul cruscotto è una di quelle abitudini che sembrano innocue e invece rientrano tra i comportamenti più pericolosi che si possano tenere in auto, soprattutto durante gli esodi estivi. La scena è nota a chiunque abbia percorso un’autostrada italiana ad agosto: caldo, chilometri da macinare, il passeggero anteriore che reclina lo schienale, si sfila le scarpe e appoggia i talloni sulla plancia. Relax puro, all’apparenza. In realtà, dietro quella posa si nascondono due problemi enormi, uno tecnico e uno legale, che quasi nessuno considera prima di partire.

Il primo riguarda l’airbag lato passeggero. Non è un dettaglio marginale: il modulo che lo contiene si trova esattamente sotto quel pannello del cruscotto su cui vengono poggiati i piedi. Quando i sensori rilevano un impatto, e basta un urto a 40 o 50 chilometri orari, quindi anche in città, una carica pirotecnica gonfia il cuscino in una frazione di secondo. La velocità di dispiegamento supera i 300 chilometri orari. Se in quel momento le gambe si trovano sopra il vano di fuoriuscita, l’esplosione le scaglia contro il corpo di chi le ha appoggiate lì.

Cosa accade davvero al corpo durante l’impatto

Le ginocchia partono verso l’alto e finiscono contro volto, petto o orbite oculari. Non è un’immagine costruita per spaventare, è quello che i soccorritori documentano in questo tipo di interventi: traumi cranici severi, fratture multiple alle ossa facciali e, quasi sempre, dislocazione o frantumazione di bacino e femori. Un tamponamento che con una postura corretta si sarebbe risolto con qualche giorno di collare diventa un ricovero pesante. C’è poi la questione della cintura di sicurezza, che con il sedile molto reclinato smette semplicemente di funzionare come dovrebbe. I sistemi di ritenuta sono progettati per trattenere il corpo nei suoi punti più resistenti, ovvero clavicola e ossa del bacino. In posizione semi sdraiata la fascia inferiore slitta dal bacino verso i tessuti molli dell’addome, mentre quella diagonale si allontana dalla spalla e finisce a lambire il collo. Il risultato ha anche un nome tecnico, submarining, effetto sottomarino: durante una frenata d’emergenza il corpo scivola in avanti sotto la cintura, con lesioni gravissime agli organi interni addominali e il rischio concreto di soffocamento o di traumi cervicali importanti.

Multe, articoli del Codice e il nodo del risarcimento

Sul piano normativo non ci sono zone grigie. Il Codice della Strada non lascia margini di interpretazione sulla postura da tenere nell’abitacolo. L’articolo 169 stabilisce che tutti i passeggeri debbano sistemarsi in modo da non limitare la libertà di movimento di chi guida e da non ostacolarne la visibilità, e un paio di gambe sollevate possono facilmente coprire la visuale verso lo specchietto retrovisore destro o il finestrino laterale. Ancora più netto l’articolo 172, dedicato all’uso delle cinture, che ne impone l’utilizzo corretto. Tenere la cintura allacciata stando sdraiati con i piedi sul cruscotto viene considerato dalle Forze dell’Ordine un utilizzo anomalo, e quindi inefficace, del dispositivo.

Le sanzioni per il mancato o scorretto utilizzo della cintura vanno da 83 a 332 euro. Ma la parte economicamente più pesante arriva altrove, cioè in fase di risarcimento. Se dopo un incidente i periti assicurativi accertano che i danni fisici subiti dal passeggero sono stati aggravati dalla postura scorretta, la compagnia può invocare il concorso di colpa. Tradotto in pratica: al passeggero verrebbe negata una parte consistente del risarcimento per le lesioni, in certi casi anche l’intera somma. Un dettaglio che, sommato al resto, ridimensiona parecchio l’idea che togliersi le scarpe e allungare le gambe sia solo un modo per far passare più in fretta i chilometri.

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