La battaglia legale tra Perplexity e Amazon prende una piega inaspettata, perché una corte d’appello ha appena cancellato l’ingiunzione che impediva allo strumento di shopping basato sull’intelligenza artificiale della società di accedere allo store di Amazon. Il tribunale, in pratica, ha detto che il blocco non aveva ragione di esistere, almeno non nei termini in cui era stato concesso.
Al centro di tutto c’è Comet, il browser con AI integrata sviluppato proprio da Perplexity. La Ninth Circuit Court of Appeals ha stabilito che l’accusa iniziale di Amazon, secondo cui Perplexity avrebbe violato il Computer Fraud and Abuse Act, non regge a un esame attento. E se l’accusa non tiene, l’ingiunzione non doveva nemmeno essere concessa.
Perplexity: perché la corte ha dato torto ad Amazon
Il punto giuridico è più semplice di quanto sembri. Per dimostrare che Perplexity aveva infranto la legge, Amazon avrebbe dovuto provare tre cose, che la società ha volontariamente acceduto a un computer senza autorizzazione, che ha ottenuto informazioni da quel sistema protetto e che c’è stato un danno per una o più persone, in un periodo di dodici mesi, pari ad almeno EUR 4.342, cioè circa 4.600 euro.
Qui casca il castello. Dato che Comet ha bisogno delle indicazioni dell’utente per muoversi su Amazon, e non agisce da solo, la corte ha concluso che era l’utente stesso ad accedere ai server che ospitano Amazon.com, non Perplexity in prima persona. Un cavillo, forse, ma un cavillo che ribalta l’intera vicenda. Secondo i giudici, un’ingiunzione contro un comportamento che con ogni probabilità non viola né il CFAA né il CDAFA non serve l’interesse pubblico. E il danno potenziale che Amazon avrebbe potuto subire lasciando a Comet le sue funzioni di acquisto non giustificava affatto un blocco.
Amazon, dal canto suo, non ci sta. In una dichiarazione ufficiale la società ha fatto sapere di dissentire rispetto alla decisione sull’ingiunzione preliminare, di restare fiduciosa sul proprio caso e di stare valutando le mosse successive.
Come si è arrivati allo scontro
La tensione tra le due aziende non nasce oggi. Ad novembre 2025 Amazon aveva inviato a Perplexity una lettera di diffida, chiedendo di bloccare l’accesso del browser AI al suo negozio online. La versione di Amazon è netta, le due società avevano concordato nel 2024 una pausa sullo shopping agentico, ma Perplexity avrebbe fatto marcia indietro rispetto all’accordo, riattivando la funzione e mascherando il bot di Comet da normale browser Chrome.
Da lì la strada è stata in discesa verso i tribunali. A marzo 2026 Amazon ha depositato una causa contro Perplexity e poco dopo ha ottenuto un’ingiunzione temporanea, quella che adesso è stata spazzata via.
La decisione della corte d’appello, però, non chiude la partita a favore di nessuno dei due. Amazon può chiedere una nuova udienza oppure rivolgersi alla Corte Suprema per una revisione. E anche se decidesse di lasciar perdere entrambe le strade, la causa continuerà comunque il suo corso davanti al tribunale federale di San Francisco, dove era stata avviata all’inizio, offrendo ad Amazon un’altra occasione per far valere le proprie ragioni.










