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All’ospedale Santa Croce di Fano un bambino affetto da sordità profonda congenita ha ricevuto un orecchio bionico, una soluzione capace di comunicare direttamente con il nervo acustico. Per la struttura marchigiana si tratta di una prima volta assoluta, e il dato non è affatto banale. Dietro questo intervento c’è infatti una tecnologia che, a guardarne i risultati, potrebbe sembrare uscita da un romanzo di fantascienza. Invece è concreta e già applicata in sala operatoria.
La ricerca medica continua a produrre risultati sempre più interessanti, e la cura della sordità è uno dei campi in cui questi progressi si fanno sentire di più. Il punto di partenza è semplice da capire anche per chi non mastica termini clinici. Non tutte le condizioni invalidanti permettono di affidarsi a una normale protesi acustica, che in molti casi non basta a percepire i suoni.
Perché una protesi tradizionale a volte non basta
Per cogliere il senso di questo intervento conviene fare un piccolo passo indietro. Una protesi acustica classica lavora in un modo piuttosto intuitivo, cioè amplifica ciò che arriva all’orecchio. Rende più forti i suoni, li porta a un volume che l’orecchio riesce a gestire meglio. Funziona bene in tante situazioni ma ha un limite preciso.
Quando le strutture responsabili dell’udito non riescono a trasformare correttamente le vibrazioni in segnali nervosi, alzare il volume serve a poco. Il suono arriva, magari anche più potente, però il passaggio decisivo non avviene. È un po’ come parlare più forte a qualcuno che non ha un canale per ricevere il messaggio. Il problema non sta nell’intensità del segnale ma nella sua traduzione.
Ecco perché, in presenza di una sordità profonda, la sola amplificazione rischia di rivelarsi del tutto insufficiente. E qui entra in gioco l’orecchio bionico, che segue una logica completamente diversa. Anziché limitarsi a rinforzare il suono, questo dispositivo si collega direttamente al nervo acustico, scavalcando di fatto le strutture che non svolgono il loro lavoro. Il risultato è una comunicazione diretta con la via nervosa dell’udito, senza passare dal meccanismo che nel paziente non funziona.
L’intervento a Fano e la collaborazione con Perugia
Il piccolo paziente trattato al Santa Croce di Fano era nato con una sordità profonda, una condizione presente fin dalla nascita. Proprio per lui la scelta è ricaduta su questa tecnologia, utilizzata per la prima volta all’interno dell’ospedale marchigiano. Un traguardo che segna un passaggio importante per la struttura e per il territorio.
L’operazione è stata eseguita dall’équipe di Otorinolaringoiatria dell’AST Pesaro Urbino. Al lavoro dei medici locali si è affiancata la Clinica otorinolaringoiatrica dell’Università di Perugia, con cui l’intervento è stato portato avanti in collaborazione. Una sinergia tra realtà ospedaliera e ambito universitario che ha permesso di introdurre a Fano una procedura fino a quel momento mai realizzata nella struttura.
Il valore della notizia sta anche qui. Un intervento di questo tipo, eseguito per la prima volta in un ospedale come quello di Fano, avvicina ai pazienti del territorio una soluzione pensata proprio per chi non trova risposte nelle protesi tradizionali. Per un bambino con una sordità profonda congenita, la possibilità di contare su un dispositivo che dialoga direttamente con il nervo acustico rappresenta un’alternativa concreta a strumenti che, nel suo caso, non sarebbero stati sufficienti.
Fonte: TecnoAndroid


