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Il fronte legale contro OpenAI si allarga ancora e stavolta tocca al Texas, dove il procuratore generale ha depositato una denuncia che ricalca quasi parola per parola le accuse già mosse altrove. Secondo lo Stato americano l’azienda californiana avrebbe mentito sulla sicurezza di ChatGPT, presentando il suo chatbot come uno strumento affidabile quando in realtà, sostiene l’accusa, avrebbe messo i guadagni davanti alla tutela degli utenti. E soprattutto dei più giovani.
Non si tratta di un episodio isolato, anzi. Prima del Texas erano già arrivate le denunce di Iowa, Kansas, Nebraska, West Virginia, Arkansas, Arizona, Idaho e Montana, tutte costruite attorno allo stesso nucleo, cioè consumatori ingannati e rischi taciuti. Ogni nuovo Stato che si aggiunge alla lista ripete in sostanza la medesima contestazione, e il risultato è un mosaico di cause che riguarda sempre lo stesso prodotto e la stessa società.
Le accuse di Ken Paxton contro OpenAI e Sam Altman
A firmare l’atto è Ken Paxton, che ha chiamato in causa non soltanto la società ma anche il suo amministratore delegato Sam Altman. Il punto di partenza è piuttosto netto. ChatGPT è stato promosso come un assistente sicuro e degno di fiducia, eppure secondo il procuratore OpenAI non sarebbe riuscita a proteggere gli abitanti del Texas, bambini compresi, dai numerosi danni legati all’utilizzo del servizio. In altre parole l’azienda avrebbe offerto un’immagine fuorviante dei propri prodotti di intelligenza artificiale, causando effetti collaterali negativi a chi li ha usati.
Nel documento si legge che il chatbot può produrre informazioni imprecise o addirittura dannose. Paxton richiama diversi fatti di cronaca che, a suo dire, hanno messo in luce i pericoli dello strumento. L’elenco è lungo e piuttosto pesante. Le tecnologie della società avrebbero favorito e agevolato stragi, spinto persone fragili verso il suicidio, esposto professionisti a umiliazioni pubbliche e indebolito la capacità di ragionamento critico di chi si affida a ChatGPT ogni giorno.
C’è poi il capitolo dedicato ai minori, probabilmente quello più delicato dell’intera vicenda. Secondo l’accusa il servizio renderebbe i ragazzi dipendenti da un sistema che imita la compassione umana con l’obiettivo di raccoglierne i dati personali. Il tutto senza alcuna forma di supervisione da parte dei genitori, che resterebbero quindi all’oscuro di ciò che accade nelle conversazioni dei figli con l’assistente virtuale.
Profitti prima della sicurezza e la richiesta di sanzioni
Dietro questa lunga serie di danni, sostiene il procuratore, ci sarebbe la fame insaziabile dell’azienda di vincere la corsa all’intelligenza artificiale e di accumulare enormi fortune. E questo pur essendo ben consapevole dei rischi connessi al proprio chatbot. È proprio qui il cuore della contestazione, ovvero l’idea che OpenAI abbia dato la precedenza ai profitti anziché alla protezione delle persone che utilizzano i suoi strumenti, una scelta che secondo l’accusa non sarebbe stata frutto di ingenuità ma di una precisa priorità aziendale.
Sul piano giuridico la società è accusata di aver ingannato i consumatori violando il Texas Deceptive Trade Practices Consumer Protection Act, la normativa texana a tutela dei consumatori conosciuta con la sigla DTPA. È su questa base che si regge l’intera iniziativa contro l’azienda di Sam Altman. Le richieste avanzate al giudice sono precise. Paxton chiede che venga inflitta una sanzione di circa 9.000 euro per ciascuna violazione accertata, a cui andrebbe aggiunto il pagamento delle spese legali.
Fonte: TecnoAndroid


