Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, ha scelto il palco del Computex 2026 a Taipei per smontare una delle paure più diffuse di questi tempi: quella di perdere il lavoro a causa dell’intelligenza artificiale. Secondo lui, chi teme che una macchina possa rimpiazzare gli ingegneri del software sta semplicemente dicendo una sciocchezza. Anzi, le sue parole sono state ancora più nette, ha parlato di “una completa stupidaggine”.
Il nome di Huang ormai lo conoscono in molti. Guida un’azienda che per due decenni ha dominato il mercato delle GPU pensate per i videogiochi e che poi ha cambiato rotta, abbandonando quel terreno per concentrarsi sulle piattaforme legate all’IA. E non si può certo dire che la cosa sia andata male. Anzi, proprio dentro questa strategia Huang si è trasformato in uno degli “evangelisti” più ascoltati di tutto il settore.
La missione di Huang e il messaggio agli ingegneri
A Taipei lui si sente a casa. Taiwan ospita alcune delle aziende tecnologiche più importanti al mondo, nomi familiari a chi gioca come Asus, BenQ, Foxconn o Acer. Ma soprattutto c’è TSMC, il vero motore dell’industria dei chip, di cui Nvidia è oggi il miglior cliente dopo aver superato Apple. In quel contesto Huang è una specie di rockstar.
Durante la fiera ha presentato la nuova piattaforma RTX Spark Superchip e un chip pensato per sfidare Intel e AMD sul terreno delle CPU. Ma ne ha approfittato anche per ribadire la sua idea sul rapporto tra tecnologia e occupazione. Per lui l’IA è una cosa positiva, sia per il PIL sia per i profitti di tutti. E ha aggiunto che pensare che stia spingendo le aziende a licenziare gli ingegneri è appunto una “stupidaggine”.
“In realtà il numero di ingegneri del software sta aumentando. La gente parla di riduzione dei posti di lavoro a causa dell’IA, ma è una completa stupidaggine: sta facendo sì che si assumano più ingegneri del software”, ha detto.
Huang su questo tema è molto diretto e in tutto il 2026 ha sfruttato interviste, podcast e visite nelle università per ripetere lo stesso concetto. Ha detto che “l’IA crea posti di lavoro” e che rappresenta la migliore occasione per gli Stati Uniti di reindustrializzarsi. Dare la colpa all’intelligenza artificiale per i tanti licenziamenti nel comparto tecnologico e in quello dei videogiochi, secondo lui, è un atteggiamento “troppo pigro”.
Quando il dato sfida il racconto
Il punto è che, come in ogni storia, c’è una parte vera e una un po’ meno. A Huang interessa parecchio raccontare l’IA come una grande generatrice di lavoro, ed è comprensibile: è uno dei soggetti più interessati a far avanzare questa tecnologia, perché muove cifre enormi e Nvidia ne sta traendo un bel vantaggio. Anche il discorso sulla reindustrializzazione è corretto: gli Stati Uniti vogliono attirare colossi come Samsung, SK Hynix e la stessa TSMC.
Però c’è una domanda che resta sospesa: quale tipo di lavoro? Perché chi ha competenze legate allo sviluppo dell’IA entra “facilmente” nei posti collegati a questa tecnologia, mentre gli altri, e soprattutto i profili senza esperienza, fanno sempre più fatica. Le aziende tecnologiche stanno rinunciando ai profili junior, sostituiti dall’IA, mentre le posizioni aperte vengono occupate da sviluppatori più esperti. Si parla di cifre record, oltre 67.000 offerte in ingegneria e 7.300 nel settore prodotto, ma per un neolaureato è quasi impossibile accedervi vista l’alta specializzazione richiesta.
E non sono solo i requisiti. Sono le stesse aziende a citare l’efficienza dell’IA come motivo per tagliare il personale umano. Amazon con 16.000 dipendenti e Microsoft con 15.000 sono due esempi. Dario Amodei, capo di Anthropic, sostiene che l’IA potrebbe eliminare circa la metà dei posti di lavoro di livello base, e alcuni studi collegano la tecnologia a quasi 55.000 licenziamenti negli Stati Uniti nel solo 2025.
Per Huang tutto questo è “ridicolo”, perché non sarà l’IA a togliere il lavoro: sarà qualcuno che sa usarla meglio degli altri. Secondo lui, anzi, negli ultimi due anni l’intelligenza artificiale ha creato 500.000 posti di lavoro. Sullo sfondo restano due correnti opposte: da una parte gli ottimisti dell’IA, dall’altra una generazione Z che resiste attivamente all’idea di adottarla nel quotidiano e nel lavoro. Ed è proprio questa frattura ad aver prodotto, nelle ultime settimane, una colonna sonora curiosa: quella dei fischi rivolti agli evangelisti dell’IA dentro le aule universitarie.