Il numero uno di Nvidia, Jensen Huang, sostiene che le aziende americane dovrebbero poter usare i modelli AI cinesi, anche mentre Washington sta cercando di metterli al bando. Quando il co-fondatore di Axios, Mike Allen, gli ha chiesto in un’intervista se alle aziende americane dovrebbe essere permesso di adottare questi strumenti sviluppati in Cina, la risposta di Huang è stata secca: “assolutamente”. Una posizione che arriva subito dopo il lancio, da parte della cinese Moonshot AI, di un modello open weight da 2,8 trilioni di parametri chiamato Kimi K3. Non è potente quanto i modelli di frontiera come Fable 5, ma regge il confronto con GPT 5.5 e Claude Opus 4.8, costando appena un terzo rispetto a questi ultimi.
Una delle preoccupazioni più forti dei vertici statunitensi è che questi modelli possano nascondere vulnerabilità sfruttabili dal governo cinese per colpire gli interessi americani. Ma per Huang si tratta di un’idea sbagliata. “C’è un fraintendimento, come se ci fossero delle backdoor in qualche modo collegate alla Cina”, ha detto il capo di Nvidia. “Scarichi i modelli, li puoi mettere a punto, potenziare, mettere i guardrail come preferisci”. In pratica, chi usa quei modelli ha il pieno controllo su come vengono adattati e protetti.
Modelli aperti e la questione sicurezza
Il discorso di Huang non riguarda solo la Cina. Vale lo stesso ragionamento anche per i modelli AI americani. Il mese scorso gli Stati Uniti hanno imposto una restrizione all’esportazione su Mythos e Fable 5 di Anthropic, citando minacce alla sicurezza. L’accesso è stato poi ripristinato dopo che lo sviluppatore ha inserito un filtro per impedire a questi strumenti di individuare falle nel software. Stesso trattamento per ChatGPT-5.6 di OpenAI, con Washington che ha avvisato l’azienda di non rilasciare il modello più recente senza il via libera del governo. La tesi di Huang è diversa: invece di bloccare l’accesso a questi strumenti potenti al momento del lancio, le aziende dovrebbero renderli disponibili a tutti e renderli più sicuri attraverso test e correzioni rapide.
E qui entra in gioco il tema degli open model. Pur difendendo l’accesso ai modelli chiusi, Huang ha sottolineato che settori come la ricerca scientifica e la cybersicurezza hanno bisogno anche di quelli aperti. Il motivo è semplice: modelli che chiunque può ispezionare permettono di scovare i punti deboli e sistemarli quando serve. “Se tutto diventa un unico modello, un unico punto di attacco, un’unica fonte di fallimento, credo che il mondo diventi molto, molto più vulnerabile”, ha detto.


