Lo scontro tra Netgear e TP-Link è ormai uscito dal terreno della concorrenza commerciale per finire dritto davanti a un giudice, con accuse che vanno ben oltre la semplice rivalità tra produttori di router. Tutto ruota attorno a un punto preciso: chi può davvero definirsi azienda americana e chi invece sta solo cambiando vestito senza modificare la sostanza. Netgear ha depositato una controquerela contro la rivale presso il tribunale federale del Delaware, sostenendo che TP-Link stia raccontando un’immagine distorta di sé, presentandosi come marchio a stelle e strisce pur tenendo in Cina una fetta consistente delle proprie attività operative.
La vicenda capita in un periodo tutt’altro che tranquillo per il mercato statunitense delle reti, già sotto pressione per via di controlli più severi e di un’attenzione sempre maggiore sulle infrastrutture digitali. Secondo i documenti depositati l’11 giugno 2026, Netgear contesta a TP-Link la violazione del Lanham Act, la legge americana che regola i casi di pubblicità falsa o fuorviante.
Il punto centrale dell’accusa riguarda la riorganizzazione societaria chiusa nel 2024, quando è nata TP-Link Systems con sede in California. Per Netgear quel cambiamento è stato soprattutto di facciata, perché ricerca, sviluppo e produzione continuerebbero a dipendere in larga parte da strutture che si trovano in Cina. Viene messa in evidenza la differenza tra il numero di dipendenti negli Stati Uniti e quelli impiegati nelle attività produttive asiatiche, a sostegno della tesi secondo cui l’etichetta di azienda americana rischia di trarre in inganno consumatori, partner e autorità di controllo.
Dall’altra parte, TP-Link ribatte che il quartier generale globale si trova a Irvine, in California, e che la nuova proprietà garantisce piena autonomia nelle decisioni. È lo stesso argomento usato anche nei colloqui con la FCC per ottenere deroghe legate alle restrizioni sui router. La controquerela ribalta proprio questa lettura: per Netgear il controllo delle attività chiave resta saldamente ancorato alle operazioni asiatiche. Va ricordato che a muoversi per prima era stata TP-Link, nel novembre 2025, con un procedimento contro Netgear accusata di portare avanti una campagna denigratoria per legare il marchio a presunte minacce informatiche cinesi.
Geopolitica, regole e infrastrutture di rete sotto la lente
La battaglia tra i due produttori si inserisce in una fase in cui le autorità guardano con crescente sospetto alle infrastrutture di rete. La Federal Communications Commission ha introdotto nuove limitazioni per i router prodotti all’estero, con procedure di approvazione più rigide per i dispositivi destinati al mercato americano.
La causa pesa ancora di più perché arriva poco dopo l’inserimento di TP-Link Technologies in un elenco del Dipartimento della Difesa che raccoglie società ritenute collegate all’apparato militare cinese, un riferimento che torna in modo centrale nelle argomentazioni di Netgear. Al di là di come finirà davanti al giudice, la vicenda mostra bene una cosa: la provenienza delle tecnologie di rete sta diventando un fattore competitivo importante quanto il prezzo e le prestazioni.
Se il tribunale dovesse dare ragione a Netgear, molte aziende tecnologiche potrebbero ritrovarsi costrette a rivedere il modo in cui raccontano la propria identità societaria. Nel caso opposto, TP-Link finirebbe per consolidare la strategia di rilocalizzazione che ha già avviato.