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Chi immagina che la parte difficile di una missione interplanetaria sia solo il lancio, di solito, non pensa a quello che accade dopo: mantenere il contatto con una sonda che viaggia a miliardi di chilometri richiede un’infrastruttura terrestre enorme, e il Deep Space Network della NASA è arrivato a un punto di saturazione tale da rendere necessaria una nuova antenna gigante. È entrata in servizio DSS-23, parabola da 34 metri installata nel complesso di Goldstone, nel deserto della California, pensata proprio per allentare la pressione su una rete che ormai lavora praticamente senza pause.
Il problema è semplice da capire, molto meno da risolvere. Più missioni vengono lanciate verso lo spazio profondo, più diventa complicato ritagliarsi una finestra utile sulle grandi antenne terrestri, quelle che servono a ricevere i dati scientifici e a inviare i comandi. Non basta costruire il veicolo spaziale, occorre anche garantirgli un canale di comunicazione affidabile. E quel canale, di fatto, è una risorsa condivisa da decine di sonde contemporaneamente.
Oltre 40 veicoli spaziali in coda sulla stessa rete
Il Deep Space Network è la spina dorsale delle comunicazioni della NASA per tutto ciò che si trova lontano dalla Terra. Attraverso questa rete passano i segnali di missioni storiche come le sonde Voyager, ma anche le attività intorno alla Luna e una lunga lista di veicoli scientifici sparsi nel Sistema Solare. Oggi il sistema deve supportare più di 40 veicoli spaziali, un numero che racconta bene quanto sia cambiato il panorama aerospaziale negli ultimi anni.
L’arrivo delle missioni Artemis ha reso evidente un limite strutturale. Quando ci sono astronauti coinvolti, le comunicazioni umane hanno la precedenza assoluta, per ragioni che non hanno bisogno di spiegazioni. Il risultato, però, è che alle missioni robotiche resta meno capacità disponibile. Meno tempo di antenna significa meno dati scaricati, finestre di trasmissione più corte, priorità da rivedere continuamente. Un collo di bottiglia che si sente sempre di più mano a mano che le attività lunari prendono ritmo.
DSS-23, la nuova antenna che allarga il collo di bottiglia
La risposta della NASA passa dall’ampliamento fisico della rete, ed è qui che entra in gioco DSS-23. La nuova parabola da 34 metri si aggiunge al complesso di Goldstone, uno dei siti chiave della rete, scelto anche per le condizioni del deserto californiano. Antenne di queste dimensioni sono strumenti delicatissimi, devono captare segnali estremamente deboli dopo che hanno viaggiato per mesi o anni nello spazio, e ogni nuova installazione richiede tempi di realizzazione e collaudo tutt’altro che brevi.
Il debutto operativo è arrivato il 3 agosto, quando DSS-23 ha iniziato a lavorare seguendo il telescopio spaziale Chandra. Un primo turno di lavoro che segna il passaggio dalla fase di test a quella del servizio effettivo, con l’antenna inserita a pieno titolo nella rotazione delle attività quotidiane della rete.
Una rete che deve crescere di continuo
La logica dietro questa espansione è tutta pratica. Il Deep Space Network non può restare fermo mentre il numero di missioni aumenta, perché ogni nuovo veicolo spaziale porta con sé richieste di tempo di antenna che vanno sommate a quelle già esistenti. Ampliare la rete costantemente non è un’opzione elegante da mettere nei piani a lungo termine, è una condizione necessaria perché tutto il resto funzioni.
Con DSS-23 attiva, la capacità complessiva disponibile a Goldstone cresce e le missioni robotiche guadagnano un po’ di respiro nei periodi in cui le attività con equipaggio assorbono buona parte delle risorse. Un intervento che non fa rumore quanto il lancio di una sonda, ma senza il quale quella sonda, semplicemente, non avrebbe nessuno con cui parlare.








