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NASA Artemis, addio all’orbita NRHO: cosa cambia per i lander

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La NASA ha deciso di rimettere mano al programma Artemis per rendere più realistico il ritorno degli astronauti sulla Luna entro il 2028. Il traguardo è ancora ambizioso, ma l’agenzia spaziale statunitense ha scelto di intervenire sull’organizzazione delle missioni e sulle procedure con cui i lander commerciali incontreranno la navicella Orion. Al centro delle novità c’è il modo in cui SpaceX e Blue Origin dovranno arrivare al satellite naturale, con due architetture diverse pensate per valorizzare le caratteristiche dei rispettivi veicoli.

I cambiamenti sono stati presentati lo scorso fine settimana in una conferenza stampa dedicata ai preparativi delle prossime missioni. La priorità dichiarata è abbassare i rischi e velocizzare lo sviluppo delle tecnologie per l’allunaggio, evitando di legare l’intero progetto a un solo partner industriale. Proprio per questo l’agenzia non ha ancora deciso quale azienda porterà per prima gli astronauti sulla superficie lunare.

Addio all’orbita NRHO per le prime missioni Artemis

Il punto più rilevante riguarda gli incontri tra Orion e i lander. Finora il profilo delle missioni prevedeva che i veicoli si agganciassero nella cosiddetta orbita lunare quasi rettilinea ad alone, nota come NRHO e scelta anche in funzione della stazione spaziale Gateway. Per i primi voli con equipaggio diretti sulla superficie questo requisito viene abbandonato e i punti di incontro saranno stabiliti in base ai sistemi sviluppati dalle due aziende. L’idea è eliminare passaggi superflui e rendere più gestibile la sequenza delle operazioni senza rinunciare ai controlli necessari per la sicurezza dell’equipaggio.

Lo schema generale del viaggio invece rimane familiare. Gli astronauti partiranno a bordo di Orion, spinta dal razzo SLS, e raggiungeranno il veicolo commerciale incaricato della discesa. Due di loro toccheranno il suolo lunare mentre gli altri due resteranno in orbita sulla navicella, per poi riunirsi e affrontare insieme il rientro verso la Terra.

Il primo banco di prova sarà Artemis III, prevista nel 2027. Non si tratterà però di un allunaggio ma di una serie di test in orbita terrestre bassa con Orion e con versioni dimostrative dei lander di entrambe le società. Astronauti e controllori di volo potranno così allenarsi su avvicinamento, attracco e gestione dei veicoli prima di una missione molto più complessa.

Starship contro Blue Moon, due strategie a confronto

SpaceX punta su Starship, che dovrebbe incontrare Orion in un’orbita terrestre alta e poi occuparsi del trasferimento verso la Luna. In questa configurazione il veicolo di Elon Musk parteciperebbe direttamente alla manovra che porta la navicella in orbita lunare, prima di trasformarsi nel lander degli astronauti. Lo scoglio più impegnativo è il rifornimento di propellente nello spazio, perché Starship dovrà ricevere carburante da altri veicoli attraverso diversi lanci e il passaggio di grandi quantità di propellente in orbita. Il numero esatto di voli non è ancora definito e dipenderà dai risultati delle dimostrazioni e dalla capacità di gestire il carburante, comprese le perdite dovute all’evaporazione.

Blue Origin segue un percorso differente. Il sistema Blue Moon Mark 2 verrà portato verso la Luna con una sequenza di lanci dei razzi New Glenn e con stadi di trasferimento derivati dal lander cargo Mark 1, usati come veri e propri rimorchiatori spaziali per assemblare e spostare il sistema fino all’orbita prevista per l’incontro con Orion. È una soluzione articolata che richiede un coordinamento preciso ma non si basa sullo stesso schema di rifornimento pensato per Starship. In entrambi i casi le aziende dovranno dimostrare l’affidabilità dei propri sistemi e saranno maturità tecnica, esito dei test e rispetto delle scadenze a decidere chi avrà la precedenza nel 2028.

Tute più leggere per le prime passeggiate lunari

L’accelerazione coinvolge anche l’equipaggiamento. La NASA lavora con Axiom Space a una versione semplificata delle tute, chiamata Sortie Suit, pensata per le prime uscite sulla superficie e distinta dal modello più completo destinato alle attività future. Secondo gli ultimi dettagli la massa scenderà da oltre 500 libbre a circa 250, pari a circa 113 chilogrammi, alleggerendo il carico dei lander dove ogni chilo pesa su complessità e costi.

La nuova tuta potrà essere indossata dagli astronauti direttamente nel lander durante le fasi più delicate, con un approccio che richiama le missioni Apollo. La versione avanzata continuerà comunque a essere sviluppata per le spedizioni future, che richiederanno permanenze più lunghe e attività più impegnative. Test di Artemis III e sviluppo delle tute fanno parte della stessa strategia, con cui la NASA vuole arrivare al 2028 con più di una soluzione pronta e rendere più flessibile il percorso verso Artemis IV, senza dipendere dai tempi di un unico fornitore.

Fonte: TecnoAndroid

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