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La NASA guarda all’energia nucleare come alla chiave per spingersi più lontano nello spazio. Raggiungere Marte, esplorare i pianeti più distanti e costruire basi permanenti sulla Luna richiederà infatti molta più energia di quella che oggi riescono a garantire i pannelli solari. Ed è proprio per questo che il futuro dell’esplorazione spaziale potrebbe passare da una tecnologia che sulla Terra è nota da decenni, cioè la fissione nucleare.
Non si tratta di fantascienza né di un salto nel buio. Il principio è conosciuto e collaudato da tempo, la vera novità sta nell’idea di portarlo fuori dall’atmosfera e di farne il motore delle prossime grandi missioni. Un cambio di prospettiva che nasce da esigenze molto concrete, più che da una semplice voglia di sperimentare.
I limiti di razzi chimici e pannelli solari
Tutto parte da problemi piuttosto pratici, legati a soluzioni che vengono utilizzate ormai da decenni. Funzionano, certo, ma non sono esenti da difetti. I razzi chimici permettono di raggiungere lo spazio e lo fanno bene, però hanno bisogno di enormi quantità di propellente. Una caratteristica che diventa un ostacolo serio quando l’obiettivo non è più l’orbita terrestre ma un viaggio verso mete lontane.
Con i pannelli solari la questione è diversa ma altrettanto delicata. La loro efficacia cala progressivamente man mano che ci si allontana dal Sole, quindi più la destinazione è remota e meno energia riescono a produrre. Sulla Luna, poi, devono fare i conti con un’altra difficoltà non da poco: le notti lunari durano circa 14 giorni terrestri. Due settimane abbondanti di buio in cui la luce semplicemente non arriva, e con lei viene meno anche la fonte principale di alimentazione.
Per una base destinata a restare operativa in modo stabile sul satellite, o per una navicella diretta verso Marte, queste limitazioni pesano parecchio. Serve una fonte di energia costante, che non dipenda dalla distanza dal Sole né dall’alternarsi del giorno e della notte. Ed è qui che entrano in gioco i reattori nucleari.
L’accordo tra NASA e Dipartimento dell’Energia
Proprio con l’intento di superare questi ostacoli, la NASA e il Dipartimento dell’Energia statunitense, conosciuto con la sigla DOE, hanno firmato un accordo l’8 ottobre 2026. L’intesa è destinata a entrare in vigore il 1° novembre e mette nero su bianco una collaborazione che punta dritta all’impiego della fissione nucleare nelle missioni spaziali.
Il perimetro dell’accordo è piuttosto ampio. Comprende lo sviluppo dei combustibili nucleari, la sperimentazione dei reattori e la loro integrazione nei futuri veicoli spaziali. In pratica copre l’intera filiera, dalla materia prima fino al momento in cui la tecnologia viene effettivamente montata a bordo e messa al servizio delle missioni.
La scelta di coinvolgere il DOE non è casuale. Da una parte c’è l’agenzia che progetta e conduce l’esplorazione spaziale, dall’altra l’ente che negli Stati Uniti si occupa di energia, compresa quella atomica. Mettere insieme queste due anime significa unire le competenze necessarie per trasformare un’idea consolidata sulla Terra in qualcosa di utilizzabile lontano dal pianeta, dove le condizioni sono decisamente più estreme.
Il traguardo dichiarato resta lo stesso da cui tutto è partito: disporre di abbastanza energia per raggiungere Marte, esplorare i pianeti più lontani e costruire insediamenti permanenti sulla Luna. Obiettivi che con i soli razzi chimici e i pannelli solari risulterebbero molto più complicati da centrare, e che ora la NASA prova ad affrontare affidandosi ai reattori nucleari sviluppati insieme al Dipartimento dell’Energia a partire dal 1° novembre.
Fonte: TecnoAndroid


