L’investimento di Micron da 250 milioni di dollari, ovvero circa 230 milioni di euro, arriva in un momento decisamente particolare. La società americana specializzata in memorie ha annunciato di voler versare questa cifra nei cosiddetti Trump Accounts, con l’obiettivo dichiarato di sostenere fino a un milione di bambini. Peccato che il timing dell’operazione coincida con una causa collettiva federale che rischia di rimettere in discussione i profitti stellari del produttore. E qui, come spesso accade, i conti non tornano proprio per caso.
Micron: una causa scomoda e un investimento che arriva al momento giusto
La class action negli Stati Uniti ha messo nello stesso calderone tre nomi pesanti del settore, Samsung, SK hynix e la stessa Micron, accusandoli di aver contribuito alla carenza di DRAM. Il punto è che questi colossi conoscono benissimo il funzionamento delle scappatoie legali, e Micron in particolare sembra aver trovato una strada tutta sua. Versare una somma importante nelle casse dei conti voluti dall’amministrazione Trump può fare la differenza quando si tratta di ammorbidire una battaglia in tribunale. Del resto, non sarebbe la prima volta che una grande azienda tecnologica gioca questa carta. Apple, tanto per fare un esempio, ha già percorso strade simili in passato.
Nel comunicato ufficiale, Micron descrive i 250 milioni come il più grande impegno aziendale del suo genere, pensato per aiutare bambini e famiglie soprattutto nelle comunità dove l’azienda opera. Un gesto lodevole, senza dubbio. Ma la coincidenza tra questo investimento, la causa in corso e la nuova posizione da mille miliardi di dollari raggiunta dalla società fa storcere il naso a più di qualcuno.
Prezzi gonfiati e margini da difendere
Vale la pena ricordare cosa è successo qualche anno fa. In un’intervista, Jim Cramer ha ricordato che Micron veniva vista come un semplice produttore di memorie commodity, prima che l’amministratore delegato Sanjay Mehrotra puntasse il dito contro Apple. Secondo Mehrotra, fu proprio la casa di Cupertino a costringere l’azienda a tagliare i prezzi a un terzo del valore originale nel 2023. Nonostante i margini ridotti all’osso, il numero uno di Micron sostiene di aver mantenuto la visione sul futuro, continuando a investire con tempismo, compresa un’iniezione da 10 miliardi di dollari, circa 9,2 miliardi di euro, arrivata tre anni fa.
Nel comunicato, Mehrotra ha voluto sottolineare che per Micron investire nelle persone conta quanto investire nella tecnologia. Ha citato il 250esimo anniversario dell’America come occasione per aiutare i più piccoli a costruirsi una base solida, ringraziando il Presidente Trump e il Segretario Bessent per aver istituito questi conti.
Quando Donald Trump è diventato il 47esimo Presidente degli Stati Uniti, la sua parola d’ordine era mettere dazi sui giganti tecnologici come Apple, almeno finché l’azienda non ha adottato un approccio più pragmatico annunciando un investimento monstre da 500 miliardi di dollari sul territorio americano nei successivi quattro anni, sperando così di ottenere un po’ di respiro sui dazi.
Per Micron la questione è diversa ma la logica è la stessa. La causa collettiva rappresenta una potenziale leva per costringere i produttori a riportare i prezzi delle DRAM a livelli più ragionevoli. Uno scenario che l’azienda vuole assolutamente evitare. Ed ecco spiegati i 250 milioni. Micron ha provato a tenere il ritmo della crescita anche attraverso partnership strategiche con vari clienti. La posizione attuale però, quella che le piacerebbe conservare, si regge soprattutto sulla capacità di spedire chip DRAM in volumi enormi e a prezzi gonfiati. Da questa angolazione, l’investimento assomiglia parecchio a uno scudo pensato per tenere lontana la causa, e va detto che l’azienda ha giocato le sue carte piuttosto bene.