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Meta cambia le regole sull’AI dopo la protesta degli editori

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Meta ha deciso di rivedere le proprie regole sull’intelligenza artificiale dopo le proteste degli editori, finiti in allarme per una clausola comparsa nei termini commerciali dell’azienda. Al centro della vicenda c’è un tema tutt’altro che nuovo, cioè l’uso dei contenuti pubblicati sul web per addestrare i modelli di AI. È una pratica che da tempo mette in tensione le aziende tecnologiche e chi quei contenuti li produce ogni giorno.

Per chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale, del resto, il materiale disponibile in rete è sempre stato una miniera. Articoli, immagini e interi archivi possono contribuire in modo concreto all’addestramento dei modelli, ed è proprio per questo che negli ultimi anni non sono mancate le cause legate all’utilizzo di queste fonti senza alcun permesso. Eppure una domanda continua a non avere una risposta definitiva. Chi ha davvero il potere di decidere come vengono sfruttati questi dati e a quali condizioni? Sul punto il dibattito resta aperto, e ogni nuova mossa dei grandi gruppi del settore finisce inevitabilmente sotto la lente.

La clausola che riguardava gli account business

La questione si è riaccesa quando la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp ha modificato i propri termini commerciali. Una clausola introdotta di recente sembrava infatti autorizzare il gruppo a raccogliere in automatico i contenuti dei siti web collegati agli account business. E non soltanto per scopi generici, visto che quei materiali avrebbero potuto essere impiegati anche per sviluppare e allenare i sistemi di intelligenza artificiale dell’azienda.

Il meccanismo previsto passava attraverso i cosiddetti web crawler. Si tratta di software in grado di visitare da soli migliaia di pagine, analizzarne il contenuto e raccogliere informazioni senza bisogno di alcun intervento umano. Strumenti di questo tipo sono molto diffusi in rete e vengono utilizzati per scopi diversi, ma nel caso specifico il punto delicato era legato al collegamento diretto tra il profilo commerciale sui social e il sito di proprietà dell’utente. In pratica, il semplice fatto di avere un account aziendale avrebbe aperto la porta all’accesso automatico ai contenuti pubblicati altrove.

Perché gli editori hanno alzato la voce

A rischiare di più erano soprattutto gli editori. Per una testata o per un gruppo editoriale la presenza su Facebook o su Instagram è ormai quasi scontata, perché quei canali servono a raggiungere i lettori e a far circolare gli articoli. Con la nuova formulazione, però, possedere un account commerciale su una di queste piattaforme avrebbe potuto tradursi nella concessione a Meta di diritti molto ampi sui contenuti ospitati nei propri siti.

Il timore era piuttosto comprensibile. Il lavoro giornalistico, con tutto il suo archivio di testi e immagini, avrebbe potuto finire nei sistemi di addestramento dell’azienda senza un accordo specifico, semplicemente come conseguenza dell’uso di un servizio pensato per promuovere quel lavoro stesso. Un passaggio che toccava proprio il nodo irrisolto citato all’inizio, cioè chi stabilisce le regole di utilizzo dei contenuti e con quali garanzie per chi li ha creati. Davanti alle proteste del mondo dell’editoria, Meta ha quindi deciso di cambiare le regole sull’intelligenza artificiale contenute nei suoi termini commerciali, intervenendo sulla clausola che aveva sollevato le contestazioni degli editori.

Fonte: TecnoAndroid

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