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Il rapporto tra Linus Torvalds e l’intelligenza artificiale è cambiato parecchio negli ultimi tempi, e il creatore di Linux non sembra avere alcun problema ad ammetterlo. Mentre una parte del mondo open source continua a guardare a questi strumenti con una certa diffidenza, lui ha preso una strada diversa. Durante il suo intervento all’Open Source Summit Europe ha raccontato di essere passato da una posizione piuttosto scettica a un atteggiamento decisamente più aperto, fino ad ammettere che in realtà gli piace molto usare l’AI. Una presa di posizione che pesa, considerando chi la pronuncia. Il punto però non è tanto se usarla. Conta soprattutto il modo in cui la si impiega.
Progetti personali sì, ma il kernel è un’altra storia
Torvalds traccia una linea piuttosto netta. Da una parte ci sono i piccoli progetti personali, quelli in cui un errore costa poco e si può sperimentare con leggerezza. Dall’altra c’è il software critico, e il kernel Linux rientra a pieno titolo in questa categoria. “Bisogna stare molto attenti quando si usa l’AI per qualcosa di reale e importante”, ha spiegato l’informatico finlandese. Il messaggio è chiaro: l’entusiasmo per questi strumenti non deve mai trasformarsi in fiducia cieca quando in gioco c’è codice su cui poggiano sistemi reali.
Il suo cambio di prospettiva non è arrivato dal nulla. All’inizio gli strumenti di sviluppo basati sull’intelligenza artificiale non lo convincevano granché, ma con il tempo sono migliorati e anche il suo giudizio si è ammorbidito. Un’evoluzione graduale, andata di pari passo con la crescita della qualità di queste soluzioni. Oggi le considera soprattutto un mezzo per rendere la programmazione più accessibile e anche più divertente, persino per chi non ha ancora maturato competenze approfondite.
Il vibe coding visto dal papà di Linux
Secondo Torvalds uno dei problemi dello sviluppo software moderno riguarda proprio chi muove i primi passi. I programmi professionali sono diventati talmente complessi che per un principiante è difficile percepire come significativo quello che riesce a costruire con le proprie forze. Non è una questione di talento ma di scala. Il divario tra ciò che si sa fare all’inizio e ciò che serve davvero nei progetti seri è enorme, e questo rischia di togliere motivazione a chi si avvicina al codice per la prima volta.
È anche per questa ragione che Torvalds non disprezza affatto il cosiddetto vibe coding. L’AI può permettere a chi è alle prime armi di realizzare in poco tempo qualcosa che altrimenti richiederebbe conoscenze molto più avanzate. Uno strumento capace di accorciare la distanza tra l’idea e il risultato concreto, quindi, almeno nei contesti in cui la posta in gioco resta contenuta e un eventuale passo falso non provoca danni.
E non si tratta di un discorso teorico, perché lo stesso Torvalds si affida all’intelligenza artificiale per compensare le proprie lacune. Ha citato un suo progetto personale legato a un pedale per chitarra, per il quale aveva scritto in C un’interfaccia perfettamente funzionante ma dall’aspetto decisamente spartano. Occuparsi in prima persona della parte grafica, usando tecnologie che conosce meno bene, non rientrava nei suoi piani. Così ha chiesto all’AI di costruire un’interfaccia più moderna e poi ci ha rimesso mano, iterando sul risultato ottenuto.
Fonte: TecnoAndroid


