Il numero fa un certo effetto, ed è giusto partirci subito: i licenziamenti tech dall’inizio del 2026 hanno già superato quota 78.000. Per la precisione, tra gennaio e marzo sono state 78.557 le persone che hanno perso il proprio posto di lavoro nel settore tecnologico. Un dato che, messo in prospettiva, fa sembrare quasi modesti quei tagli massicci annunciati da Amazon e Microsoft tra il 2022 e il 2023, quando il settore stava facendo i conti con le assunzioni gonfiate durante la pandemia di COVID-19.
Il fenomeno non riguarda un singolo comparto. Si va dai videogiochi ai grandi colossi software e hardware, con una distribuzione molto disomogenea ma con alcuni pattern piuttosto evidenti. Oltre il 76% dei tagli è avvenuto negli Stati Uniti, a conferma di quanto il mercato del lavoro tecnologico americano stia attraversando una fase di profonda ristrutturazione. E poi c’è il dato che forse colpisce di più: in quasi la metà dei casi, il 47,9% per essere precisi, la causa dei licenziamenti tech è riconducibile all’avvento dell’intelligenza artificiale.
L’AI come causa reale o come comodo alibi?
Qui però la questione si fa sfumata, perché quasi nessuna azienda lo dichiara apertamente. Nella maggior parte dei casi bisogna leggere tra le righe, collegare le informazioni, interpretare comunicati scritti con un linguaggio volutamente vago. Babak Hodjat, Chief AI Officer di Cognizant, invita del resto alla cautela su questo tipo di letture. Secondo Hodjat, molte aziende stanno usando l’AI come giustificazione per ridimensionamenti che erano già stati pianificati, oppure per correggere cicli di assunzioni esagerate che nulla hanno a che fare con l’automazione. I benefici reali dell’intelligenza artificiale in termini di produttività, sostiene, richiederanno ancora tempo per manifestarsi in modo concreto: almeno sei mesi, più probabilmente anche un anno.
Ed è un punto importante, questo. Perché se da un lato il numero dei licenziamenti tech continua a crescere, dall’altro non è sempre facile distinguere tra chi taglia posti di lavoro perché l’AI ha effettivamente reso superflui certi ruoli e chi, invece, cavalca semplicemente la narrativa dell’automazione per giustificare scelte aziendali che hanno radici diverse.
Le dichiarazioni che alimentano il timore
C’è da dire, però, che le stesse grandi aziende dell’AI non fanno molto per rassicurare. Dario Amodei, a capo di Anthropic, aveva già dichiarato pubblicamente che l’intelligenza artificiale potrebbe eliminare fino alla metà dei ruoli d’ufficio entry level, quantomeno negli Stati Uniti. Una dichiarazione forte, quasi provocatoria, che contribuisce ad alimentare un clima di incertezza su quello che succederà nei prossimi mesi nel mercato del lavoro tecnologico.