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Chi è uscito dalla sala di La fine di Oak Street con la sensazione di aver visto un finale gentile forse non immagina quanto diverso fosse il piano iniziale: nel copione originale la storia si chiudeva con una beffa crudele, di quelle che sembrano uscite dritte da un episodio di Ai confini della realtà. Avviso doveroso, da qui in avanti si parla apertamente del finale del film, quindi chi vuole restare all’oscuro farebbe bene a fermarsi qui.
Il film diretto da David Robert Mitchell, arrivato nelle sale il 14 agosto 2026 e lungo un’ora e quaranta, in un’altra epoca sarebbe stato uno di quei titoli estivi destinati a girare per mesi tra proiezioni pomeridiane e schermi di aerei e pullman. Il calendario però non ha aiutato: lo scontro diretto con Spider-Man: Brand New Day e L’Odissea lo ha spinto in secondo piano, e il risultato al botteghino è stato più tiepido di quanto il film meritasse.
Il finale che poteva essere e la paradosso temporale
Nella versione arrivata al pubblico, dopo la morte di Greg, il padre di famiglia interpretato da Ewan McGregor, i superstiti riescono a tornare indietro nel tempo fino a trenta minuti prima dell’inizio dell’invasione giurassica. Si salvano tutti, Greg compreso, generando un bel paradosso temporale ma tenendo insieme la famiglia. Una scelta che lascia addosso una sensazione di sollievo, quasi di consolazione.
Il piano iniziale era molto più duro. Denise e i due figli tornavano davvero nel passato, ma sbagliavano bersaglio: non il 1982, bensì un’epoca lontanissima. È lo stesso McGregor a raccontarlo senza giri di parole: “Finivano nelle praterie ai tempi dei coloni. Non erano riusciti a tornare alla loro epoca, e il povero Greg non c’era”. Una chiusura amara, che lasciava i personaggi bloccati in un tempo che non era il loro, senza il padre, senza via d’uscita. Sulla carta più giocosa e beffarda, certo, e per giunta capace di aprire la porta a un eventuale seguito.
Perché David Robert Mitchell ha cambiato idea
La decisione di virare verso qualcosa di più luminoso non è stata presa a cuor leggero, e Anne Hathaway ne difende il senso con un aneddoto personale. L’attrice ha visto il film accanto a una persona che aveva perso il padre, e quella persona ha pianto molto proprio sul finale, commentando che era esattamente ciò che si desidera da un film del genere, qualcosa che può accadere solo al cinema. Hathaway ha riconosciuto pubblicamente il merito della scelta a Mitchell e a J.J. Abrams, togliendosi metaforicamente il cappello davanti a quella conclusione.
C’è una logica precisa dietro il cambio di rotta. Un epilogo alla maniera della serie di culto, con la famiglia dispersa nel tempo e nessuna consolazione all’orizzonte, avrebbe reso La fine di Oak Street un oggetto più spigoloso, forse più discusso, quasi certamente più divisivo. Il film ha invece scelto la strada della speranza, quella che permette a chi sta attraversando un momento difficile di uscire dalla sala con qualcosa in mano.
Resta l’ironia della situazione: la versione più spiazzante avrebbe potuto generare abbastanza chiacchiericcio da spingere il titolo fuori dall’ombra dei due colossi che gli si sono piazzati accanto in cartellone. Con Maisy Stella nel cast accanto a Hathaway e McGregor, il film ha raccolto voti attorno al 3,9 dalla stampa e al 3,1 dagli utenti, con una media redazionale di 3,5. Numeri onesti, non trionfali, che rendono l’ipotesi di un sequel piuttosto remota. E senza sequel, quel finale ambientato nelle praterie dei coloni resta soltanto una pagina di sceneggiatura mai filmata.










