Un drone da guerra turco ha appena dimostrato di poter mandare in fumo un bersaglio a più di 120 chilometri di distanza, e lo ha fatto con un missile che viaggia oltre due volte e mezza la velocità del suono. Parliamo del KIZILELMA, il velivolo senza pilota sviluppato in Turchia che nelle scorse settimane ha lanciato per la prima volta il missile supersonico JET-230, centrando un obiettivo navale nel Mar Nero. Un test che dice parecchio su dove sta andando l’intera categoria dei mezzi militari senza equipaggio.
I droni da combattimento stanno diventando sempre più sofisticati, capaci di attacchi articolati che poco hanno a che vedere con i primi impieghi da kamikaze. Quei modelli restano comunque tra i più efficaci in circolazione, ma il quadro generale è chiaro. La presenza dell’uomo in cielo sarà sempre più ridotta, perché i progetti sul tavolo puntano tutti su piattaforme in grado di colpire da grande distanza senza mettere a rischio i piloti.
Questi velivoli stanno assomigliando sempre di più ai moderni caccia, seppur su una scala dimensionale leggermente più contenuta. E il KIZILELMA sembra proprio l’esempio perfetto di questa direzione.
Cosa rende speciale il missile JET-230
Il JET-230 è un’arma aria-superficie pensata per volare a velocità superiori a Mach 2,5, cioè più di due volte e mezza la velocità del suono. Tradotto in pratica, il bersaglio ha pochissimo tempo per reagire, e intercettare un attacco del genere diventa un’impresa complicata. C’è anche un altro vantaggio non da poco. Il velivolo che lo lancia può restare lontano dalle difese antiaeree nemiche, il che alza parecchio le probabilità di portare a casa la piattaforma intatta.
La Turchia ci sta puntando molto, e non da ora. Il programma, portato avanti da Baykar, negli ultimi mesi ha già integrato sul KIZILELMA missili aria-aria, bombe guidate di precisione e sistemi radar avanzati. L’obiettivo sembra ambizioso ma piuttosto definito. Creare un caccia senza pilota capace di colpire bersagli a terra e in mare, ma anche di affrontare velivoli avversari e operare fianco a fianco con gli aerei con equipaggio a bordo.
Sull’altro fronte, quello della difesa, il lavoro non manca. Molti dei progetti in sviluppo guardano ai laser, soprattutto quando si tratta di neutralizzare droni di piccole dimensioni. Lo conferma il nuovo contratto assegnato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a Lockheed Martin, che dovrà mettere a punto un sistema laser containerizzato da 500 kW. Una tecnologia pensata proprio per rispondere alla crescente minaccia dei velivoli senza equipaggio, che ormai popolano i cieli dei teatri operativi in numero sempre maggiore.
Il ritmo con cui si muove questo settore è impressionante, e ogni nuovo test come quello del KIZILELMA sposta l’asticella un po’ più in alto. Da un lato mezzi capaci di colpire sempre più lontano e sempre più in fretta, dall’altro sistemi difensivi che provano a starci dietro. La corsa tra chi attacca e chi si difende, insomma, non conosce pause.