Una donna di 32 anni morta in Brasile dopo cinque giorni di attesa per un posto in terapia intensiva ha riacceso il dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale nella gestione degli ospedali. Rebeca Cardoso Tenente Molina era stata ricoverata in un piccolo ospedale brasiliano per dei calcoli biliari, ma secondo la famiglia è stato proprio il sistema AI che organizza i letti a costarle la vita, assegnandole un punteggio di gravità ben più basso di quanto le sue condizioni reali richiedessero.
I medici la vedevano peggiorare giorno dopo giorno e non potevano farci niente. Il punteggio non era una loro decisione, lo calcolava la macchina.
Cosa è successo davvero in quell’ospedale
Molina si era presentata all’ospedale del piccolo comune di São João Nepomuceno per dei calcoli biliari. Le sue condizioni sono precipitate in fretta. Aveva bisogno di un trasferimento urgente in terapia intensiva, ma il posto libero più vicino si trovava a Oliveira, a circa 300 chilometri di distanza.
Il sistema gestito dal Centro Operativo di Regolazione Statale, attivo dal 19 maggio, assegna in automatico un punteggio di gravità ai pazienti e organizza la coda per i letti disponibili. A Molina è toccato un 6,8. Un numero che, alla luce di come stava davvero, non rifletteva la realtà.
La famiglia ha provato a forzare la situazione con un’azione legale d’urgenza contro il sistema ospedaliero, sperando di ottenere il trasferimento. Ma tra una cosa e l’altra sono passati cinque giorni. Cinque giorni che, secondo i parenti, hanno fatto la differenza tra la vita e la morte.
Quando il medico non decide più
A raccontare la vicenda è stata la sorella della vittima, l’avvocata Sâmela Cardoso Tenente Furtado, che ha messo il dito su un nodo preciso. Quello che è emerso, ha spiegato, è che i medici hanno perso l’autonomia di stabilire se un paziente è grave o meno. Chi decide se accettare un malato in condizioni critiche non è più il dottore che lo ha davanti, è l’algoritmo.
Furtado descrive un sistema rigido, incapace di adattarsi anche quando i dati clinici mostravano un peggioramento evidente. Sua sorella, ha detto, come tante altre persone, non era soltanto un numero, un protocollo, un codice fiscale buttato dentro a un programma. Aveva una famiglia, aveva dei sogni, aveva una vita intera davanti.
Il punto non è se l’intelligenza artificiale possa sbagliare. Anche i medici sbagliano, fa parte del mestiere. Il vero problema è capire chi abbia l’autorità di intervenire quando la realtà smentisce in modo plateale quello che dice l’algoritmo. Nel momento in cui un sistema continua a ignorare l’evidenza clinica e il giudizio umano viene ridotto a una semplice formalità, la tecnologia smette di essere uno strumento e si trasforma in un ostacolo. E quando in ballo ci sono delle vite, il prezzo di questa rigidità rischia di essere senza ritorno.