A distanza di 45 anni, I predatori dell’arca perduta resta uno di quei film che hanno plasmato l’immaginario di intere generazioni, ridisegnando da zero il concetto stesso di avventura sul grande e sul piccolo schermo. Fu una scommessa rischiosa, un’operazione tutt’altro che scontata, eppure regalò al pubblico un eroe capace di attraversare i decenni senza mai invecchiare davvero. E pensare che il volto di Indiana Jones avrebbe potuto essere quello di Tom Selleck.
Un progetto che attese il momento giusto per nascere
A dare vita a tutto furono loro due, George Lucas e Steven Spielberg, gli stessi uomini che, quasi senza volerlo, avevano chiuso la stagione della New Hollywood che li aveva cresciuti. Quel mondo era sparito, travolto da un pubblico nuovo, affamato di evasione. Il film ebbe una gestazione frammentata, partita addirittura sul set di American Graffiti e poi accantonata mentre Star Wars prendeva forma. Si racconta che l’idea sia venuta a Lucas guardando vecchi poster cinematografici, ma in realtà covava nella sua testa fin da ragazzino, da quando aveva scoperto i serial degli anni ’30 e ’40, fatti di tesori, eroi e luoghi esotici. Dentro ci finirono anche le storie di archeologi ed esploratori del XIX secolo, abituati a sfidare ogni pericolo.
Solo dopo il trionfo di Star Wars, però, Lucas ottenne il credito per riprendere quel progetto nato insieme all’amico Philip Kaufman. Lo voleva dirigere lui, non fu possibile, e allora si rivolse a Steven. Una scelta meno ovvia di quanto sembri: Lo Squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo avevano spopolato, ma 1941 Allarme a Hollywood era stato un disastro, e per le Major Spielberg era diventato un enigma. Lucas però sapeva che nessun altro avrebbe colto la visione sua e di Lawrence Kasdan, sceneggiatore allora sconosciuto. Insieme costruirono un viaggio enorme intorno al mondo e un eroe inedito. Il personaggio doveva chiamarsi Indiana Smith, ma quel cognome a Spielberg parve orribile. Restò solo Indiana, il nome dell’Alaskan Malamute di Lucas.
Da Tom Selleck a Harrison Ford, fino ai nazisti come villain
Spielberg immaginava un uomo cinico, dedito all’alcool e alle donne, mentre Lucas voleva dargli umanità e un codice morale. Il ruolo era destinato a Tom Selleck, allora popolarissimo, che però non riuscì a sciogliersi dagli impegni con Magnum P.I.. I due cercavano un volto poco noto, e quello di Harrison Ford parve la soluzione perfetta. Oggi quel film resta forse la dimostrazione più chiara di quanto l’attore sia stato a lungo sottovalutato: nessuno come lui sapeva mescolare dramma e ironia, forza e fragilità. Indiana Jones ebbe da Ford una personalità definita, coraggiosa, intelligente, con principi molto meno flessibili di quanto apparisse.
Serviva poi un cattivo, anzi più di uno. L’intuizione geniale furono i nazisti, scelta tutt’altro che strana vista la passione di Hitler per i cimeli religiosi, l’occulto, l’esoterico e persino l’ufologia. Tra i villain spiccarono Arnold Ernst Toht, agente della Gestapo interpretato da Ronald Lacey, e soprattutto René Belloq, alter ego oscuro di Indy regalato da Paul Freeman: colto, elegante, ma narcisista e senza scrupoli.
Le riprese in Tunisia furono un incubo, tra dissenteria, zanzare e un caldo allucinante, al punto da cancellare scene intere, compreso il celebre duello poi risolto con una pistolata. La Paramount aveva imposto paletti rigidi su costi e tempi. Eppure il film divenne un pilastro del cinema. La colonna sonora di John Williams, il montaggio di Michael Kahn, le scenografie di Norman Reynolds e gli effetti speciali di Richard Edlund fecero il resto. Il film incassò 400 milioni di dollari, conquistò 5 Oscar tecnici e trasformò Ford nell’eroe definitivo.
Da allora il franchise è fiorito tra fumetti, serie tv, videogiochi e cinque film. I due primi sequel forse superarono l’originale, gli altri risultarono inferiori. Ha generato una marea di figli illegittimi, dai Goonies alla Mummia di Stephen Sommers. Resta però un momento unico, irripetibile, e ancora oggi sogniamo tutti di essere come Indy, armati di cappello, frusta e avventura.