Vai al contenuto
Offerte

Griefbot, i fantasmi digitali dell’IA sono il nuovo spiritismo?

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Parlare con una persona cara che non c’è più, magari attraverso lo schermo di un telefono, è la promessa dei griefbot, strumenti basati sull’intelligenza artificiale che offrono a chi resta la possibilità di conversare con dei veri e propri “fantasmi digitali”. Un’idea che sembra uscita da un romanzo di fantascienza e che invece porta con sé una domanda molto più antica di qualsiasi algoritmo. Si tratta di una nuova versione dello spiritismo oppure di qualcosa di completamente diverso?

Il confronto con il passato non è affatto casuale. Il desiderio di mantenere un legame con chi è scomparso accompagna l’essere umano da sempre e nel corso della storia ha trovato strade e linguaggi differenti. Una di queste strade ha preso forma con le pratiche spiritiste del XIX secolo, quando l’idea di comunicare con i defunti aveva conquistato un posto preciso nella cultura dell’epoca. Oggi lo stesso bisogno sembra aver trovato un nuovo canale, fatto di codice e conversazioni testuali al posto delle atmosfere di un tempo.

Dai fantasmi dell’Ottocento a quelli digitali

La questione al centro del dibattito è piuttosto chiara. La tecnologia del lutto basata sull’intelligenza artificiale può essere considerata un’evoluzione naturale di quelle antiche pratiche? A prima vista i punti di contatto non mancano. In entrambi i casi c’è qualcuno che soffre per una perdita e cerca un modo per sentire ancora la voce di chi se n’è andato. E in entrambi i casi c’è un intermediario che promette di rendere possibile quel dialogo, che si tratti di una presenza umana o di un sistema informatico.

Eppure l’accostamento non è così scontato come potrebbe sembrare. Lo spiritismo ruotava attorno alla convinzione che lo spirito di una persona continuasse a esistere da qualche parte e che fosse possibile raggiungerlo. I fantasmi digitali creati dall’intelligenza artificiale, invece, non pretendono di contattare nessuno nell’aldilà. Si limitano a offrire una conversazione, un’eco costruita dalla tecnologia. Ed è proprio qui che la domanda si fa interessante, perché la differenza tra credere in un contatto reale e accettare una simulazione potrebbe cambiare del tutto il significato dell’esperienza.

Una domanda che divide

Capire se i griefbot rappresentino la prosecuzione di una tradizione o una rottura netta con il passato non è soltanto un esercizio teorico. Ha a che fare con il modo in cui le persone affrontano il dolore e con il ruolo che la tecnologia sta assumendo in uno dei momenti più delicati dell’esistenza. Chi vede una continuità sottolinea il bisogno umano che sta alla base di entrambi i fenomeni, quel tentativo di non lasciare andare del tutto chi si è amato. Chi invece parla di qualcosa di nuovo guarda soprattutto agli strumenti, profondamente diversi, e alla natura stessa del dialogo che viene proposto.

Il tema è tutt’altro che marginale, perché tocca corde emotive molto profonde e coinvolge un numero crescente di persone curiose di capire cosa possano offrire questi strumenti. Parlare con una versione digitale di un genitore, di un partner o di un amico può sembrare consolante per alcuni e inquietante per altri. Proprio per questo il legame tra l’intelligenza artificiale applicata al lutto e lo spiritismo dell’Ottocento merita uno sguardo attento, lontano sia dall’entusiasmo facile sia dal rifiuto istintivo. Per provare a fare chiarezza su questo intreccio tra passato e presente, la domanda è stata posta direttamente ad alcuni esperti, chiamati a esprimere la propria opinione sul rapporto tra la tecnologia del lutto e le pratiche spiritiste del XIX secolo.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
127 Condivisioni