Quando si parla di smartphone riciclati, l’immagine che viene in mente è quella di un cassetto pieno di telefoni dimenticati. Eppure quei dispositivi possono diventare qualcosa di molto più utile, come dimostra un progetto che ha visto Google trasformare circa 2.000 vecchi smartphone Pixel in un piccolo data center a basse emissioni. L’idea parte da una constatazione tanto semplice quanto trascurata, ovvero che buona parte delle emissioni legate all’informatica non arriva dall’energia consumata mentre i sistemi lavorano, ma dalla produzione stessa dell’hardware.
Processori, memorie, schede elettroniche e componenti di rete richiedono materie prime, lavorazioni industriali complesse e filiere globali che divorano energia. E con i data center che si espandono a ritmo serrato per reggere il cloud e l’intelligenza artificiale, il peso del carbonio incorporato nei dispositivi diventa un problema sempre più ingombrante. Da qui nasce un lavoro sostenuto da Google Research e sviluppato all’Università della California di San Diego, che punta a recuperare telefoni dismessi e farne una piattaforma di calcolo a basse emissioni.
Da Pixel inutilizzato a nodo di un cluster distribuito
Mediamente le persone cambiano smartphone ogni 4 anni, anche quando chip, memoria e architettura di elaborazione restano perfettamente funzionanti. Milioni di dispositivi ritirati dal mercato conservano quindi una potenza di calcolo sorprendente. I SoC integrano CPU multicore, acceleratori dedicati, memoria LPDDR e storage flash in configurazioni ancora più che valide per molte applicazioni distribuite.
Il metodo non consiste affatto nel riaccendere i vecchi telefoni e attaccarli alla presa. I ricercatori estraggono le schede madri, eliminano tutto ciò che non serve come schermi, batterie e scocche, poi montano le motherboard dentro strutture pensate per il funzionamento continuo. Nasce così un vero phone cluster computing, dove migliaia di smartphone collaborano come una sola infrastruttura. Ogni telefono diventa un nodo indipendente e la logica di orchestrazione smista i processi tra le unità, sfruttando CPU, memoria e rete già presenti.
Prestazioni reali e attività accademiche
La domanda sorge spontanea, un mucchio di telefoni può davvero reggere il confronto con le infrastrutture tradizionali? I primi numeri sono incoraggianti. Secondo i test del team californiano, un cluster di appena 20 telefoni regge già i picchi di richieste generati da corsi universitari con oltre 75 studenti, con tempi di valutazione degli elaborati più rapidi rispetto al backend cloud su AWS usato come riferimento.
Un’infrastruttura da 2.000 dispositivi, stando alle stime, potrebbe sostenere in contemporanea circa 100 corsi dedicati a programmazione concorrente, sistemi operativi e calcolo parallelo. L’obiettivo però non è rimpiazzare i grandi cluster usati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. I telefoni riciclati danno il meglio con microservizi, attività educative, applicazioni distribuite e tutti quei carichi dove conta l’efficienza energetica più della potenza bruta.
C’è poi una ragione tecnica che spiega perché questi dispositivi reggono così bene. I chip mobile hanno fatto passi da gigante nell’ultimo decennio e alcune analisi indicano che smartphone relativamente recenti offrono prestazioni single core superiori a molte configurazioni server tradizionali, almeno per certi tipi di carico. Uno smartphone di 3 o 4 anni fa monta spesso SoC ARM avanzati, NPU dedicate, connettività veloce e memoria a sufficienza per eseguire container e servizi web leggeri.
Le difficoltà tecniche e l’economia circolare
Sulla carta l’idea affascina, ma metterla in pratica non è una passeggiata. Il primo nodo è il software, perché gli smartphone usano firmware proprietari, bootloader bloccati e componenti hardware documentati in modo lacunoso. Servono stack software dedicati e una gestione remota dell’infrastruttura, ed è anche per questo che Google ha scelto i Pixel, più aperti e gestibili.
Poi c’è l’affidabilità, dato che i telefoni non nascono per girare ininterrottamente per anni dentro un data center, con tutto quello che comporta in termini di alimentazione, dissipazione e manutenzione. Senza dimenticare l’eterogeneità, perché un cluster fatto di generazioni diverse mette insieme CPU e quantità di RAM non uniformi, e la piattaforma deve distribuire i carichi con criterio per evitare squilibri.
Resta il messaggio di fondo, che è poi la parte più interessante. Per decenni la potenza di calcolo è cresciuta quasi solo producendo nuovo hardware, mentre qui si suggerisce una strada diversa, fatta di economia circolare e vita allungata ai dispositivi. Google ha già recuperato milioni di componenti dai sistemi dismessi nei propri data center, e il progetto dei cluster di smartphone porta quella filosofia un gradino più in alto, trasformando prodotti pensati per i consumatori in infrastrutture condivise per ricerca e formazione.