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La base di tali cause risale alla sentenza della Commissione Europea del 2017. Quest’ultima condannò Google per pratiche anticoncorrenziali. Infliggendo all’azienda una multa di 2,42 miliardi di euro. Secondo i querelanti, l’azienda americana non avrebbe mai davvero interrotto il comportamento scorretto, continuando a esercitare un’influenza dominante anche dopo la condanna. È proprio la conferma giuridica di quella violazione ad aver sbloccato la possibilità per tali società di procedere con cause civili. Le quali sono oggi in corso in almeno sette Stati membri dell’UE.
Tra le aziende coinvolte ci sono realtà provenienti da Germania, Italia, Regno Unito. Svezia, Paesi Bassi, Polonia e Repubblica Ceca. In particolare, alcune piattaforme hanno quantificato elevati danni subiti. Basandosi su perdite economiche verificatesi in un arco temporale che va dal 2010 al 2017. Dal canto suo, Google respinge con decisione ogni accusa. L’azienda sostiene che il sistema introdotto nel 2017 per favorire una maggiore equità tra i servizi di comparazione funziona correttamente. Quest’ultimo, infatti, viene utilizzato da oltre 1.550 piattaforme in tutta Europa.
Se i tribunali europei dovessero dare ragione ai querelanti e Google si rifiutasse di pagare i risarcimenti, il caso potrebbe travalicare i confini europei. In quel caso, sarebbe inevitabile il coinvolgimento dei tribunali statunitensi, uno scenario che rischierebbe di inasprire ulteriormente i rapporti già tesi. Non resta che attendere e scoprire quale sarà la conclusione di tale vicenda che coinvolge Google in prima persona.






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