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L’Italia usa l’intelligenza artificiale più di gran parte del mondo, ma non abbastanza da tenere il passo delle economie più avanzate. È quanto emerge da Atlas, la nuova ricerca di Google sull’impatto dell’IA nel mondo del lavoro, firmata anche da Fabien Curto Millet, capo economista del gruppo. Il suo giudizio è netto: “Per ora l’Italia porta a casa la sufficienza, ma senza brillare come capofila”. Il nostro Paese rientra infatti nel 20% delle nazioni che ricorrono di più all’IA conversazionale, però resta fuori dalla top 10 quando il confronto si limita alle economie sviluppate.
Lo studio si basa su quasi 15 milioni di interazioni con i servizi di Google, tra cui AI Mode e Gemini, e descrive un mercato del lavoro ancora lontano da un’automazione su larga scala. Negli Stati Uniti l’IA compare in oltre il 68% delle professioni, che rappresentano più dell’88% degli occupati. Nella professione mediana in cui se ne registra l’uso, però, coinvolge appena il 21% delle mansioni. E nei lavori cognitivi complessi i tentativi di affidarle un compito dall’inizio alla fine valgono meno del 10% delle conversazioni. La tecnologia, insomma, fa da spalla più che da sostituto.
Una classifica a metà strada e il nodo delle PMI
Restringendo lo sguardo ai Paesi OCSE, l’Italia scivola intorno all’undicesimo posto, che diventa diciassettesimo se si considerano tutti i Paesi occidentali sviluppati. Per Curto Millet non c’è da stupirsi, visto un tessuto produttivo dominato dalle piccole e medie imprese, dove l’adozione di nuovi strumenti incontra ostacoli quasi fisiologici. Eppure l’Italia è la quarta potenza mondiale per esportazioni e per difendere quel ruolo dovrà appoggiarsi sempre di più all’IA. I numeri di Atlas, nella sua lettura, devono suonare come una sveglia.
Nemmeno il Made in Italy, con il valore legato al tocco umano, può diventare un alibi. Usarlo per frenare l’innovazione sarebbe, secondo l’economista, un grave errore strategico. Prende come esempio l’ospitalità di lusso: l’empatia resta il cuore dell’esperienza, ma albergatori e artigiani possono sfruttare l’IA per il back office, le campagne pubblicitarie o per intercettare i turisti stranieri prima che scelgano altre mete.
Il divario tra grandi aziende e PMI è tra i più rilevanti. Curto Millet richiama una frase del CEO Sundar Pichai: “Avremo un’intelligenza artificiale irregolare prima di arrivare a un’intelligenza artificiale generale”. Le realtà più piccole, storicamente, sfruttano meno le innovazioni anche quando sarebbero le prime a trarne vantaggio, come già accaduto con il cloud. La risposta passa dalle politiche pubbliche, per esempio crediti d’imposta per la formazione dei dipendenti. La posta è alta: secondo uno studio realizzato da Google con Implement Consulting Group, l’IA potrebbe far crescere il PIL italiano dell’8% in dieci anni, a patto che coinvolga l’intera economia.
Operai, tecnici e la lezione dell’elettricità
Uno dei dati più curiosi riguarda i colletti blu. In Italia il 7% delle interazioni lavorative con l’IA arriva da operai e tecnici, come l’elettricista alle prese con uno schema complicato o il meccanico in cerca di indicazioni per una riparazione. Sono richieste spesso multimodali, con video e immagini usati il doppio rispetto agli altri lavoratori. Per l’economista l’IA abbassa drasticamente il costo della conoscenza e dell’analisi, risorse utili ovunque. Lo dimostra un progetto presentato da Ruth Porat agli incontri della Banca Mondiale, pensato per consentire ad agricoltori senza istruzione formale dei Paesi in via di sviluppo di chiedere in linguaggio naturale cosa piantare, che tempo farà o a quanto vendere il raccolto.
Sul fronte della produttività servirà pazienza. Curto Millet cita il premio Nobel Robert Solow, che nel 1987 osservava: “L’era dei computer è visibile ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività”. Poi torna alla Rivoluzione industriale, quando l’elettricità all’inizio sostituì semplicemente il motore a vapore che azionava l’albero centrale delle fabbriche, portando risparmi e maggiore affidabilità. Il salto vero arrivò quando si capì che l’energia poteva raggiungere ogni angolo dello stabilimento, con più postazioni in parallelo e una riorganizzazione completa del lavoro. L’IA chiede la stessa trasformazione all’intera economia.
Accanto alle opportunità pesano le incognite sull’occupazione. “Il rischio sociale legato alla fase di transizione è molto più pressante di quanto spesso si ammetta nei circoli tecnologici”, avverte l’economista. Intanto nei dati americani affiorano i primi segnali, con una correlazione emergente tra l’intensità con cui alcuni settori adottano l’IA e la crescita della loro produttività.
Fonte: TecnoAndroid


