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Per una buona fetta della Generazione Z l’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento da interrogare quando serve una mano con i compiti o una mail da scrivere, ma qualcosa che somiglia sempre più a una presenza amica. Lo dice una ricerca firmata Kaspersky, condotta su un campione di 7200 intervistati, dalla quale emerge un dato che vale la pena leggere due volte: quasi metà dei giovani appartenenti a questa fascia d’età la usa ogni giorno o quasi, e un quarto ci interagisce esattamente come farebbe con un conoscente in carne e ossa.
Il passaggio è più profondo di quanto sembri. Non si tratta soltanto di frequenza d’uso, ma di natura della relazione. I ricercatori parlano di un cambiamento emergente nel ruolo di questa tecnologia, che da risorsa consultata per compiti specifici si sta trasformando in un interlocutore a cui rivolgersi per conversare, per ricevere supporto emotivo oppure semplicemente per avere compagnia. L’uso dell’intelligenza artificiale per questioni personali, sottolineano, riflette la naturalezza con cui i sistemi conversazionali si sono infilati nelle abitudini digitali di chi è cresciuto con uno schermo a portata di mano.
Quando il chatbot diventa confidente
C’è un lato che si può leggere in positivo. Avere una tecnologia capace di rispondere sempre, senza giudizio e senza orari, rappresenta per molti un appoggio concreto. Il problema comincia quando la percezione scivola verso qualcosa che l’intelligenza artificiale non è e non può essere, ovvero un sostituto di un amico umano. Le sue risposte, va ricordato, possono risultare imprecise, inappropriate o del tutto sbagliate, e questo vale anche quando il tono suona rassicurante e su misura.
Il punto sollevato dallo studio riguarda proprio lo scarto tra fiducia e consapevolezza. L’elevato livello di affidabilità attribuito a questi sistemi non corrisponde affatto a un utilizzo sicuro delle loro funzionalità, e chi nella Generazione Z considera l’intelligenza artificiale come un’amica tende a sottovalutarne i rischi. Un dettaglio che pesa, considerando quanto questa tecnologia sia ormai coinvolta nell’istruzione, nella comunicazione quotidiana e persino nei processi decisionali personali. Scegliere cosa studiare, come rispondere a un messaggio delicato, quale strada prendere in un momento difficile: sono terreni in cui un consiglio generato automaticamente pesa diversamente rispetto a una ricetta di cucina.
Confidenza non vuol dire riservatezza
Vladislav Tushkanov, Group Manager del Kaspersky AI Technology Research Center, mette il dito sul punto più scomodo. Un’interazione che sembra personale non deve essere confusa con una conversazione privata o completamente affidabile. Il senso di intimità che nasce davanti a una chat non ha nulla a che vedere con la protezione dei dati personali, e questa distinzione rischia di sfumare proprio tra chi usa questi strumenti con maggiore naturalezza.
L’indicazione che arriva dagli esperti non è un invito a fare marcia indietro, tutt’altro. Fiducia e curiosità, spiegano, vanno tenute assieme ad abitudini più solide: verificare le informazioni ricevute, proteggere i propri dati, mantenere uno sguardo critico su quello che compare sullo schermo. Tre gesti che sembrano banali e che invece raramente accompagnano l’uso quotidiano dei sistemi conversazionali.
Sullo sfondo resta un ultimo elemento, forse il più concreto di tutti. Un’intelligenza artificiale priva di limiti alimenta la criminalità informatica, e le conseguenze si vedono già. Le truffe online sono in aumento e diventano sempre più difficili da riconoscere proprio grazie a tecniche automatizzate e sofisticate, capaci di simulare la realtà con un grado di credibilità che fino a poco tempo fa non esisteva. Voci clonate, messaggi scritti in un italiano impeccabile, contesti costruiti su misura: la frode si nasconde dietro una superficie perfettamente ordinaria.
Il ritratto che ne esce è quello di una generazione che ha adottato questi strumenti con una velocità impressionante, molto più rapida di quanto siano cresciute le difese culturali intorno a essi. E la percentuale di chi si confida con un chatbot come farebbe con un amico, quel 25% emerso dalla ricerca, misura esattamente la distanza che ancora manca.










