La storia del divieto imposto dalla NSA ai Furby resta una delle vicende più assurde e affascinanti legate al mondo della tecnologia degli anni Novanta. Un piccolo robot interattivo, peloso e con gli occhioni da gufo, riuscì a far scattare l’allarme negli ambienti più blindati degli Stati Uniti. Non per un difetto di fabbricazione, non per un problema elettrico, ma perché qualcuno era convinto che quel giocattolo potesse spiare conversazioni classificate.
Furby venne lanciato nel 1998 da Tiger Electronics, e nel giro di pochissimo tempo diventò il regalo più desiderato sotto ogni albero di Natale. Sembrava un incrocio buffo tra un gufo e un criceto, parlava una lingua inventata chiamata “Furbish” e, con il passare dei giorni, cominciava a pronunciare parole in inglese. Ecco, proprio questo dettaglio mandò in tilt parecchia gente. Perché dall’esterno sembrava davvero che Furby stesse ascoltando, imparando, registrando. E quando una cosa del genere arriva alle orecchie di chi lavora nella sicurezza nazionale, il passo verso la paranoia è brevissimo.
Il memo della NSA e il bando dal Pentagono
Nel 1999 la NSA diffuse un memo interno piuttosto chiaro: nessun Furby poteva varcare la soglia degli uffici di Fort Meade, in Maryland. Il documento faceva riferimento al divieto di introdurre dispositivi con capacità di registrazione audio o video nelle strutture governative, e Furby finì dritto nella lista. Il timore era che il giocattolo potesse captare e ripetere informazioni riservate. Un’ipotesi che, col senno di poi, fa quasi sorridere.
Roger Shiffman, presidente di Tiger Electronics, fu costretto a intervenire pubblicamente. L’azienda spiegò in modo inequivocabile che Furby non conteneva alcun microfono in grado di registrare. Dentro c’era semplicemente un chip con circa 200 parole preprogrammate. Il software, col tempo, ne sbloccava di nuove, dando l’illusione che il giocattolo stesse davvero apprendendo il linguaggio. Nessun ascolto, nessuna memorizzazione, nessuno spionaggio. Eppure il divieto rimase attivo per un bel po’, e Furby venne bandito anche dal Pentagono e dal Norfolk Naval Shipyard.
Un mito duro a morire e un successo inarrestabile
A rendere ancora più surreale la faccenda ci pensò la Federal Aviation Administration, che in quegli stessi anni limitava l’uso di diversi dispositivi elettronici durante decollo e atterraggio per il timore di interferenze con i sistemi di navigazione. Anche Furby rientrava tra gli oggetti sorvegliati speciali, tanto che spesso veniva richiesto di rimuovere le batterie durante il volo. Nessun incidente fu mai collegato al giocattolo, ma il mito del robottino “pericoloso” continuò a crescere.
Tutto questo clamore (come lo scontro del Pentagono con Anthropic), però, non scalfì minimamente le vendite. Anzi. Nei primi tre anni dal lancio vennero venduti oltre 40 milioni di esemplari in tutto il mondo, facendo di Furby uno dei fenomeni commerciali più imponenti del decennio. Il giocattolo esiste ancora oggi, prodotto da Hasbro, ed è protagonista di numerose riedizioni. Gli esemplari originali del 1998, se conservati in buone condizioni, possono raggiungere cifre notevoli sul mercato del collezionismo.