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Le principali associazioni della televisione via cavo americana hanno comunicato alla FCC, la Federal Communications Commission, l’intenzione di portarla in tribunale per bloccare la discussa abolizione del tetto nazionale alla proprietà televisiva. La norma, conosciuta come National Television Ownership Rule, limita il numero di emittenti che una singola società può controllare. Secondo il fronte del cavo, gruppi televisivi più grandi avrebbero molta più forza contrattuale per chiedere ai distributori tariffe di ritrasmissione più alte, e il conto finirebbe dritto nelle “bollette mensili più care per i consumatori”. L’ordine di abrogazione, sostengono, “ignora in modo arbitrario e capriccioso i danni” che seguiranno inevitabilmente quando i gruppi potranno superare il limite.
Dietro queste sigle ci sono pesi massimi come Comcast e Charter, insieme a una lunga serie di altri operatori. Anche i giganti del cavo, a dire il vero, sono cresciuti a colpi di fusioni. Charter ha chiuso in agosto l’acquisto di Cox dopo che la Commissione aveva respinto le proteste di alcune organizzazioni secondo cui l’operazione avrebbe creato “un potere incontrollato di controllo sulla distribuzione di Internet”, rendendo più semplice per i colossi alzare i prezzi.
La FCC ha votato l’eliminazione della regola il 6 agosto ma ha pubblicato l’ordine sul proprio sito soltanto il 1° ottobre 2026, dopo un ritardo insolitamente lungo. Una possibile spiegazione è che l’agenzia abbia voluto blindare le proprie argomentazioni legali in vista delle cause, visto che rivendica il potere di cancellare un limite fissato dal Congresso più di vent’anni fa. Il presidente Brendan Carr sostiene che sostituire un limite rigido con una valutazione caso per caso di ogni fusione permetterà di approvare gli accordi utili all’interesse pubblico e di bocciare gli altri. Considerando però i precedenti di Carr, che più volte ha minacciato di revocare le licenze a emittenti sgradite al presidente Trump, quelle valutazioni potrebbero diventare uno strumento per favorire la crescita dei gruppi più vicini all’amministrazione.
FCC: la petizione e la strada verso il tribunale
La regola vieta a qualsiasi proprietario di stazioni di raggiungere più del 39% delle famiglie americane dotate di televisore. È stato il Congresso, nel 2004, a indicare quella soglia. Venerdì scorso le associazioni del cavo hanno presentato una petizione per chiedere alla Commissione di mantenere in vigore il tetto finché non si chiuderà la battaglia legale sul suo potere di abolirlo. Il Congresso, si legge nel documento, fissò il limite al 39% con il Consolidated Appropriations Act del 2004 “in risposta diretta al tentativo della FCC di alzarlo in modo aggressivo al 45%”, citando più volte quella cifra nel testo di legge.
Si tratta soprattutto di un passaggio procedurale, perché difficilmente la Commissione sospenderà un proprio ordine. Le associazioni intendono fare causa davanti a una corte d’appello federale non appena il provvedimento comparirà nel Federal Register, per poi chiedere un’ingiunzione preliminare che congeli il limite fino alla sentenza. A firmare sono gruppi che rappresentano operatori di Colorado, Florida, Indiana, Michigan, Minnesota, Mississippi, Pennsylvania, Virginia, Washington e dei sei stati del New England, tra cui Comcast, Charter e Cox.
Lo scontro sui poteri della FCC e le altre cause in arrivo
Nell’ordine la FCC afferma che il Congresso ha scelto il 39% “ordinando alla Commissione di modificare le proprie regole” e non fissando un tetto rigido per legge. Per questo l’agenzia ritiene di avere l’autorità e il dovere di rivedere o abrogare la norma se non serve più l’interesse pubblico. La legge del 2004 vieta di toccare il limite durante le revisioni quadriennali delle regole sui media, ma secondo la Commissione nulla impedisce di farlo al di fuori di quel percorso. Le associazioni ribattono che la legge tratta il 39% come un limite fissato dal legislatore e citano la clausola che concede due anni per cedere le stazioni in eccesso, oltre al divieto esplicito di usare il potere di deroga previsto dalla sezione 160 per chi supera la soglia. La FCC replica che derogare a una regola è cosa ben diversa dal modificarla o cancellarla.
Il cavo non sarà l’unico a fare ricorso. Dopo il voto di agosto anche Free Press ha annunciato l’intenzione di impugnare quella che considera una decisione illegittima. “Cambiare questo limite richiede un intervento del Congresso, ma a Carr non importa”, aveva dichiarato il consigliere legale Matt Wood, prevedendo uno o due broadcaster dominanti in ogni mercato, pesanti tagli ai giornalisti e contenuti di bassa qualità spacciati per informazione locale.
Già prima dell’abolizione la Commissione aveva concesso una deroga approvando l’acquisizione di Tegna da parte di Nexstar Media Group. Il nuovo gruppo raggiungerebbe l’80% delle famiglie americane, ovvero il 54,5% applicando lo “sconto UHF” che conteggia solo metà delle famiglie servite da quelle stazioni. Un giudice federale ha però ordinato alle due società di sospendere l’integrazione mentre prosegue la causa antitrust intentata da DirecTV, ritenendo che l’operazione farebbe salire le tariffe di ritrasmissione a danno dei consumatori. Per le associazioni del cavo quei danni sono “solo un’anteprima” del consolidamento massiccio e dei rincari che arriveranno se l’ordine non verrà sospeso.
Fonte: TecnoAndroid








